31 dicembre 2007

Fine d'anno in carcere. Una lettera da Perugia

Michele Fabiani, dett «Mec», ha vent’anni e vive a Spoleto. Assieme ad altri quattro ragazzi spoletini è finito in carcere, lo scorso 23 ottobre, dopo una spettacolare azione capitanata da Ganzer il capo dei Ros. È accusato dei reati associativi previsti dagli articoli 270 e 270 bis del codice penale, che riguardano le «associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico». Mec si dichiara anarchico e ha scritto sui muri della sua città qualche slogan anarchico. Per la sua liberazione sta lottando il Comitato 23 ottobre. Al suo fianco si sono schierati il consiglio comunale di Spoleto, alcuni parlamentari, tra i quali l’onorevole Katia Bellillo, i senatori Giovanni Russo Spena, Stefano Zuccherini, Francesco Ferrante e Maria Luisa Boccia, oltre a vari consiglieri comunali dell’Umbria. Questa lettera descrive la sua situazione ed è stata scritta pochi giorni dopo il suo arresto. In un messaggio più recente, Mec [che ha anche partecipato allo sciopero della fame contro l’ergastolo] racconta che le situazioni sono peggiorate: «L’isolamento si fa più rigido, hanno intensificato i controlli e adesso certe guardie [non tutte] vietano pure al lavorante che pulisce di avvicinarsi troppo alla mia cella. Neppure ai parlamentari è stato permesso di incontrarmi. Hanno concesso solo una visita veloce tramite le sbarre con il comandante e il direttore che controllano le nostre conversazioni. Anche questa è una decisione della direzione del carcere, non necessaria per il regime Eiv [‘Elevato indice di vigilanza’], così come non è necessario che io passi l’ora di aria da solo, ma è anche questa una decisione arbitraria dell’amministrazione».

Sono Michele Fabiani, detto «Mec», come direbbero i giudici! Vorrei che questo scritto girasse il più possibile, non so ancora se potrò fotocopiarlo o se dovrò ricopiarlo a mano per cercare di mandarlo il più possibile in giro. Dalla seconda media mi chiamano Mec perché per spirito di contraddizione tifavo la Maclaren. E così ho appena scoperto che di sfortune ne ho avute due in due giorni: la macchina di Montezemolo vince i mondiali ed io finisco in galera. Martedì 23 ottobre 5 brutti uomini [due erano così brutti che si sono messi i passamontagna] irrompevano in casa mia, la mettevano completamente sottosopra e mi arrestavano in base all’articolo 270 bis [scritto dal ministro Rocco per Mussolini]. I reati associativi previsti dall’art. 270 bis e 270 permettono di arrestare qualcuno non perciò che ha fatto, ma per come la pensa, perché fa parte di qualche fantomatica associazione. Basti pensare che uno di noi cinque, rinchiusi in isolamento giudiziario da quasi quattro giorni e da oggi in Elevato indice di vigilanza, è accusato solo di aver fatto una scritta su un muro! Ci pensate? Tre volanti [ a testa], i mitra, i passamontagna, la scorta aerea dell’elicottero, le telecamere, il carcere, l’isolamento, per una scritta su un muro! Sono stato poi portato alla Caserma dei carabinieri di Spoleto e poi a quella di Perugia, infine da quella di Perugia al carcere. Il primo momento propriamente comico è stato quello del trasferimento dalla caserma al carcere: chi guidava la macchina, forse impressionato, ha sbagliato strada ed abbiamo fatto due volte il giro della stazione ferroviaria. In carcere mi stanno trattando bene, non mi hanno mai toccato [in tutti i sensi, neanche per gli spostamenti]. La cella è molto sporca, c’è un tavolo appeso al muro con un armadietto inchiodato ed un letto inchiodato per terra e alla parete. Oggi è caduto l’isolamento e abbiamo anche la televisione: resta il divieto di comunicare tra noi, che è la cosa peggiore. Ho visto le immagini del TG3 Umbria che eravate fuori durante gli interrogatori: eravate tanti! Sono tanto felice, purtroppo da dentro non vi abbiamo sentito… Nessuno tema o si rallegri: io ero , sono e resto un prigioniero, anche prima di martedì: siamo tutti prigionieri, tutti i giorni. Quando ci alziamo la mattina per andare a lavorare, quando sprechiamo gli anni più belli della nostra vita su una macchina, quando facciamo spesa, quando non possiamo farla perché mancano i soldi, quando li buttiamo via i soldi per delle cazzate [ vestiti, aperitivi, sigarette non c’è differenza] quando guardiamo la TV che ci fa il lavaggio del cervello, che cerca continuamente di terrorizzarci con morti, omicidi, rapine [ quando in quindici anni gli omicidi sono diminuiti del 70%] così che noi possiamo chiedere più telecamere, più carceri, pene sicure, quando se c’è una pena davvero sicura a questo mondo, è quella che incatena lo sfruttato alle sue condizioni. Io non ho mai detto «Sono un uomo libero», in pochi possono dirlo senza presunzioni. Se io fossi un uomo libero, andrei tutti i giorni sulla cima del Monte Fionchi, in estate con le mucche e le pecore e in inverno con la neve, e dopo aver raggiunto faticosamente le cime…guardare a nord ovest, la valle Umbra o valle Spoletino come si diceva una volta, poi a Nord Est la Valnerina e il Vettore quasi sempre liscio dietro, e poi via verso est tutti gli Appennini che cominciano da lì, fino a sud dove ci sono quelle meravigliose foreste… E forse ripensandoci neanche lì sarei veramente libero,. perché la valle Umbra è piena di cave, di capannoni, di fabbriche, di mostri che devono essere combattuti .Quindi io non sono un uomo libero… Io sapevo già di essere prigioniero prima che un giudice me lo dicesse. Certo questa prigione è diversa da quella fuori: qui vedi tutti i giorni in maniera limpida, simbolica, e al tempo stesso materiale quali sono i rapporti di forza del dominio; dove c’è chiaramente e distintamente l’uomo, con i suoi sogni, i suoi amori, il suo carattere, e il sistema, le sbarre, le catene, le telecamere, le guardie. Ovviamente l’uomo qui sta peggio. È inutile fare retorica. Dopo qualche giorno la gabbia te la trovi attorno alla tua testa. Con il cervello che ragiona ma non ha gli oggetti su cui ragionare, con la voglia incontenibile di parlare e non c’è nessuno, di correre e non c’è spazio, quando mi affaccio alla finestra vedo un muro con altre sbarre, non si vede un filo d’erba, una collina [ neanche durante l’aria, che passo solo in una stanza più grande], fuori dalla tua gabbia c’è un’altra gabbia… La mia paura è che quando uscirò ci sarà ancora questa gabbia intorno alla testa che mi… e mi dice di non prendere a calci la porta della cella e di mettermi ad urlare. Il rapporto qui è tutto mentale. È di questo che voglio liberarmi, voglio uscire e continuare ad avere una capacità di analisi oggettiva della realtà. Qui questa capacità rischio di perderla. Mentre fuori, magari innaffiando un seme e facendo crescere una pianta, si ha un’interazione fisica col mondo. La realtà è una sintesi in cui l’uomo colloca se stesso tra il mondo e le sue idee. In galera purtroppo questa sintesi è pericolosamente, patologicamente, troppo incentrata sulla mente. Ai compagni che scrivono che non trovano parole dico di trovarle queste parole che ne abbiamo troppo bisogno. Scriveteci a tutti e cinque! E vorrei che qualcuno dicesse ad Erika che le mando un bacio. Mec, Un anarchico in cattività

30 dicembre 2007

Bergamo: dopo la Uno Bianca, la Panda Nera. I raid dei carabinieri anti-immigrati

La chiamavano la «caccia grossa» con la Panda nera. Carabinieri e vigili urbani usavano un’auto con una targa rubata e, secondo l’accusa, ogni venerdì sera davano vita a raid punitivi contro extracomunitari. Prima il briefing in caserma a Calcio, nella Bergamasca, poi via. Ma su quella Panda c’era una microspia. E ora le conversazioni concitate, i pestaggi degli stranieri, le urla durante perquisizioni «dure» a caccia di droga (che talvolta spariva con denaro e cellulari dei fermati) sono finite in un dossier della Procura. Il gruppo aveva scelto il venerdì probabilmente per poter apparire sui giornali della domenica. Perché il giorno dopo, ai cronisti, raccontavano di arresti e di «brillanti operazioni antidroga». Solo dopo sono emersi i metodi usati. Una «banda » — così la definiscono gli inquirenti — di 21 persone (una dozzina i carabinieri), cinque delle quali accusate di associazione per delinquere. Qualcuno è ancora ai domiciliari, altri sono stati sospesi, altri ancora trasferiti. Eppure sono stati rimpianti dagli abitanti di Calcio: poco dopo gli arresti dello scorso luglio, sono comparse scritte del tipo: «Rivogliamo i nostri carabinieri», «Deidda sindaco» e via così. Ora, a sei mesi dagli arresti, arrivano le prime richieste di patteggiamento: un carabiniere di Calcio, Danilo D’Alessandro (1 anno e 8 mesi) e un vigile di Cortenuova, Andrea Merisio (3 anni). Molti hanno chiesto il rito abbreviato, compreso il maresciallo Massimo Deidda, «Herr kommandant», come lo soprannominavano gli altri della banda. «Il capo indiscusso » del gruppo, per i pm di Bergamo. Un tipo dai modi spicci, carismatico. È l’ex comandante della stazione di Calcio, che in questi giorni, fino alla fine del processo (prevista per il 14 febbraio) è stato autorizzato a tornare ai domiciliari proprio nella stazione che comandava.
Le violenze. Per l’accusa era tutto studiato, a partire dalla Panda recuperata prima di essere demolita sui cui era stata piazzata una microspia. E dalle vittime: preferibilmente extracomunitari clandestini che difficilmente avrebbero trovato il coraggio di denunciare. Invece qualcuno lo ha fatto. Agivano armati, scrive nella sua ordinanza il giudice delle indagini preliminari Raffaella Mascarino, in «un clima di violenza, di esaltazione collettiva e di autocompiacimento», in un paese di neppure cinquemila anime, Calcio (sindaco leghista), dove le parti si sono invertite: i carabinieri sono diventati delinquenti e i marocchini i loro accusatori. A una vittima viene rotto il naso. A un’altra il timpano. A un’altra ancora i denti. La voce di Deidda, con marcato accento sardo. «Tu sei troppo agitato, mo ti piazzo un cazzotto in testa. Da chi hai comprato? Ti porto in caserma e ti sfondo a mazzate ». Parla di un altro controllo: «Uno di Martinengo… poi si è messo a sputare i denti e l’ho mandato via… perché appena gli ho dato un destro, caz…, ha cominciato a sanguinare, ha sputato i denti». Quando un marocchino, per sfuggire a un inseguimento, si butta da un tetto quelli commentano: «Perché anziché finire nelle nostre mani preferiscono suicidarsi?».
Gli adepti. La banda cercava anche nuovi adepti. La filosofia era questa: «Più siamo più danni facciamo », si spinge a dire Andrea Merisio, vigile di Cortemilia a un aspirante «picchiatore». L’8 giugno esordisce nel raid uno studente di 29 anni. Merisio e Deidda sono compiaciuti del nuovo acquisto: «Ci ha chiesto perché non lo abbiamo picchiato quello con la camicia bianca… La mentalità c’è». L’obiettivo della «caccia grossa » era spesso quello di aumentare le statistiche degli stupefacenti sequestrati. Per il capitano Massimo Pani (che non ha partecipato ai raid), allora comandante della Compagnia di Treviglio, e nel frattempo promosso maggiore, i numeri erano una fissa. Tanto che Monacelli avrebbe mostrato a colleghi un sms di Pani, in cui lo invitava a sequestrare «almeno 25 chili di droga, in modo da poter battere il record del suo predecessore». Avrebbe fatto pressioni su due subordinati, minacciando di farli trasferire perché non testimoniassero contro Monacelli, sospettato di procurata evasione e cessione di droga. Ultimo guaio: avrebbe restituito un chilo di hashish a uno spacciatore che minacciava di raccontare certi metodi.
Il razzismo. L’odio per gli extracomunitari emerge nelle conversazioni del gruppo. Mauro Martini, carabiniere di Calcio, al telefono con la fidanzata è esplicito: «’Sti marocchini, li ammazzerei tutti, non muoiono mai». Deidda non è da meno: «... Me ne sbatto i c. e ’sti marocchini di merda mi hanno veramente rotto i c.».

Approvato dal Consiglio dei Ministri il nuovo pacchetto sicurezza. Il commento di Giuliano Pisapia.

Nelle fabbriche, nei cantieri, nei luoghi di lavoro continua la strage di vite spezzate dalla mancanza di quella sicurezza che lo Stato ha il dovere di garantire a tutti. Napoli brucia sommersa dall'immondizia, l'intero Paese è sconfitto da una Giustizia sempre più sull'orlo di un collasso che rischia di diventare irreversibile. Sono più di due milioni e mezzo le famiglie che vivono sotto la soglia di povertà: il 10% delle famiglie italiane non ha i soldi per mangiare e il 14,7% non ha la possibilità di curarsi. Il potere d'acquisto dei salari è in continua diminuzione, il costo della vita in inesorabile aumento. La precarietà è in vortiginoso, progressivo aumento. In Palestina si continua a morire; le guerre e le violenze aumentano in tutto il mondo e, in Italia, aumentano le basi e le spese militari. In questra situazione, sempre più insostenibile, il Governo, nell'ultimo Consiglio dei Ministri dell'anno, invece di prendere gli indispensabili provvedimenti per porre freno ad una deriva senza approdo, approva nuovi incentivi per le imprese e approva un decreto legge sulla sicurezza (sic!), con norme che neppure il governo Berlusconi aveva osato proporre. Un provvedimento ingiustificato, discriminatorio e incostituzionale, non solo per l'insussistenza di quei presupposti di "straordinaria necessità e urgenza" che possono giustificare la decretazione d'urgenza (art. 77 Cost.), ma anche perché in contrasto con le sentenze della Corte Costituzionale che hanno ritenuto illegittima la reiterazione di decreti legge non concertiti. Se a ciò si aggiunge che, nel 2007 ( in particolare negli ultimi 6 mesi), vi è stata una sensibile diminuzione dei reati (meno rapine, meno omicidi, meno incendi, meno scippi ecc.), con un bilancio positivo che non ha precedenti, vi sono tutti i motivi per dire che la misura è colma. Malgrado l'incontestabile fallimento del cd. pacchetto sicurezza del 2001; malgrado l'ingloriosa fine del cd. decreto "antirumeni" , si è perseverato nell'errore, di merito e di metodo, approvando un decreto che servirà affatto per contrastare la criminalità ma che avrà l'effetto, cercato e voluto da una parte del centrosinistra, di creare nuove difficoltà alla sinistra, proprio mentre sta faticosamente avanzando un importante, improcrastinabile e prezioso percorso unitario. La sicurezza (nei luoghi di lavori, nelle città, nelle proprie abitazioni) è un bene non negoziabile e lo stato ha il dovere di proteggere i cittadini, ma un Governo di cui fa parte anche la sinistra non può fare proprie, approprindosele dal centrodestra, norme inutili, ingiuste, pericolose e, in parte, criminogene. Tanto più che - in un momento in cui, al nord, sta dilagando la politica xenofoba della Lega - sarebbe stato invece urgente intervenire, con poche, incisive e condivise, modifiche legislative in grado di dare una risposta alle esigenze, e alle richieste, di una giustizia equa, celere ed efficiente. Come può, la sinistra, e chiunque crede nei valori della democrazia, accettare che sia punito con tre anni di reclusione, chi, pur non avendo commesso alcun reato, rientra, per lavorare e non per delinquere, nel nostro Paese, dopo esserne stato allontanato a seguito di un provvedimento amministrativo? Come è possibile dimenticare la dura, e vincente, battaglia, in Parlamento e nel Paese, contro una analoga proposta dal Governo Berlusconi? Come può, la sinistra, accettare l'espulsione di chi lavora regolarmente, e vive onestamente, ma non è in grado di dimostrare di "avere risorse economiche sufficienti", perché gli è impedita, dalla legge o dal datore di lavoro, la regolarizazzione della propria posizione? Come è possibile far propria una norma, a dir poco incivile, che prevede non solo l'espulsione di una persona "sospetta", ma anche dei suoi familiari, con una sorta di responsabilità oggettiva che neppure il fascismo aveva previsto in caso di espulsione, di confino o di altre limitazioni della libertà personale?Il tutto sarebbe giustificato, si legge nei comunicati stampa, dalla novità dell'espulsione immediata di cittadini comunitari "sospettati" di terrorismo, e sarebbe stato accettato anche a seguito dell'impegno del governo di una corsia preferenziale per la modifica dela Bossi-Fini. Ebbene, l'espulsione preventiva dei "sospetti di terrorismo" altro non è che la proroga di una norma, approvata dal centrodestra nella scorsa legislatura, che, oggi come allora, è ben difficile non considerare criminogena. In presenza di una persona sulla quale gravano sospetti di terrorismo, lo Stato ha il dovere di fare tutti i controlli e gli accertamenti necessari: se è un terrorista non si può certo lasciarlo libero di andare all'estero a seminare odio e sangue. Se, invece, terrorista non è, allora l'espulsione sarebbe ingiusta, in quanto colpirebbe un innocente (e i suoi familiari), e pericolosa perche rischia di creare le condizioni per il suo ingresso in un circuito illegale, rendendolo facile preda della criminalità organizzata. Per quanto concerne la garanzia di una corsia preferenziale per la modifica della legge sull'immigrazione, si può solo dire, pur comprendendo le difficoltà di chi ha un ruolo istituzionale, che nulla può giustificare storture costituzionali, politiche e giuridiche quali quelle contenute nel decreto legge approvato dal Governo. Il decreto, oltre a tutto, è già operativo, mentre, è inutile nasconderselo, il disegno di legge avrà un percorso non agevole e non vi è certezza alcuna che sarà approvato senza modifiche peggiorative. Ora la parola passa al Parlamento, dove la sinistra dovrà liberarsi dalla morsa in cui non pochi, anche all'interno del centrosinistra, cercano di stringerla, con la speranza di stritolarla. Solo una sinistra, unita e plurale, potrà contrastare tale disegno e determinare quella svolta, politica e sociale, necessaria per il Paese e indispensabile, non solo per riconquistare il consenso perduto, ma anche per interloquire con i tanti che ancora intendono affrontare, e risolvere, le vere emergenze.
Giuliano Pisapia

28 dicembre 2007

Trieste: Intitolata una strada alla guerra fascista

In questi giorni il Comune di Trieste sta per assegnare una via a Mario Granbassi. Costui è molto noto negli ambienti giornalistici triestini in quanto, negli anni Trenta, fu collaboratore apprezzato del Piccolo , il quotidiano locale. Il Granbassi aveva inoltre promosso una trasmissione per ragazzi già nel 1931. La radio italiana era alle prime armi come mezzo di comunicazione di massa utile alla propaganda fascista e lui si inventò "Mastro Remo", un programma molto seguito, a cui fece seguito l'edizione di un settimanale illustrato per ragazzi. Tuttavia il riconoscimento ufficiale della giunta triestina è dovuto probabilmente alla partecipazione alla guerra civile spagnola nell'ambito del Corpo truppe volontarie, cioè tra gli 80.000 militari mandati da Mussolini a combattere a fianco dei generali golpisti. Da convinto volontario, come non molti altri in una massa di poveri diavoli, scrive nel suo diario: «La sento tanto profondamente come una guerra fascista, questa che sono venuto a combattere, sacrificando i miei affetti più cari e abbandonando il mio posto di lavoro!». Scrive ancora: «Gridare il nome del Duce, in faccia a questa trincea comunista, in questa notte di guerra, tanto lontano dalla Patria, è per me una soddisfazione che mi dà un'emozione profonda».E' tanto convinto della giustezza della guerra fascista da evitare di perdere tempo con le corrispondenze al Piccolo . Cerca piuttosto di combattere in prima linea e vuole rischiare la "bella morte". E l'incontra, nell'attacco alla Catalogna, il 3 gennaio 1939. Nel 1941 gli viene conferita alla memoria una medaglia d'oro al valor militare e il podestà fascista gli dedica una via. Anche il suo diario stava per esser pubblicato, sia pure con qualche censura, ma resta in bozze per ovvi motivi. L'intestazione della via sarà cambiata nel 1945.Ora la città di Trieste assiste, in verità abbastanza distratta e con una sinistra smemorata, alla rivincita di chi vuol onorare Mario Granbassi e la sua morte da combattente per il "Duce" e per il "Caudillo". Un paio di mesi fa, nella sede del Municipio in Piazza Unità, si è tenuta una mostra elogiativa ed è prevedibile che tra poco si pubblichi il diario lasciato in sospeso. Le due iniziative possono essere intese come una documentazione storica, per quanto criticabile. Diverso, e molto più grave, sarebbe il ripristino del suo nome su una via. L'intestazione di un luogo pubblico segnala infatti una personalità dalle qualità eccezionali, indicata a tutti quale modello positivo e proposta quale esempio da imitare alle nuove generazioni. Tutto ciò all'insegna di valori storici e civili.Gli ex giovani del Msi, ora parte dominante nella giunta, gestiscono il potere amministrativo per ottenere un'ulteriore rivincita sull'antifascismo. Qualche anno fa erano riusciti a consacrare una via al loro camerata Almerigo Grilz, un avvenuriero caduto in Angola in circostanze non accertate. Di recente hanno ottenuto la dedica della scalinata dell'Università a Jan Palach, da loro adottato come "martire anticomunista". Per non parlare della ossessiva esaltazione della foiba di Basovizza, nei pressi di Trieste, cavità carsica nella quale nazionalisti e neofascisti asseriscono che siano stati gettati, a centinaia, gli "italiani uccisi solo perché italiani".D'altra parte si sta avvicinando il fatidico 10 febbraio, la "Giornata del Ricordo", nata da una decisione parlamentare presa con scarse opposizioni. E' la consacrazione di una nuova versione del nazionalismo. Nascosta sotto il velo del vittimismo, essa fa tutt'uno con il mito comodo e autoassolutorio dell' "italiano brava gente". I responsabili dei massacri del nazifascismo sarebbero stati solo i tedeschi. Nessuna menzione viene fatta delle guerre di aggressione condotte senza remore: dalla Libia all'Etiopia, dalla Grecia alla Jugoslavia. Nella visione del Comune triestino, Granbassi sarebbe uno di questi "buoni italiani" che andò a combattere in Spagna per la civiltà cristiana e occidentale mantenendo sempre un cuore sensibile e un animo nobile.Al contrario, gli italiani fascisti in Spagna, oltre a sostenere in modo determinante la vittoria di Francisco Franco, compirono veri crimini contro l'umanità. Finora si è stesa una coltre di silenzio in nome della "carità di patria". Ad esempio, come risulta molto chiaramente dalla mostra "Quan plovien bombes" che toccherà varie città italiane, gli aviatori fascisti bombardarono ripetutamente la città quasi disarmata di Barcellona causando circa 3000 morti. Fu lo stesso Mussolini a volere l'attacco più grave, quello del 16-18 marzo 1938, per provare, la prima volta in Europa, gli effetti terroristici degli attacchi aerei sulla resistenza della popolazione civile. Stando al Diario di Galeazzo Ciano, di fronte alle proteste internazionali, egli dichiarò spavaldamente: «Meglio che ci temano come aviatori piuttosto che ci apprezzino come mandolinisti». A quando la proposta di dedicare una grande piazza al "Duce" di tutti i fanatici "eroi fascisti" come Granbassi?

24 dicembre 2007

Roma: Rom, niente roulotte rimangono nel fango.

Lì, sulla Tiburtina, hanno trasportato a mano le roulotte che il Comune ha deciso di disporre per affrontare l'emergenza dettata dallo sgombero della baraccopoli di Ponte Mammolo. «Sì - dice Patric - le abbiamo spinte a mano per toglierle dalla strada». Fino a tarda sera, ancora ieri, nonostante le rassicurazioni, le altre dieci roulotte nuove promesse dal Campidoglio non erano ancora arrivate. La denuncia lanciata dal movimento, dagli esponenti della Sinistra impegnati nella soluzione dei rom sgomberati viene di nuovo rilanciata: «Si affronta così la "questione"? O meglio quella più ampia e vasta dell'accoglienza?». A chiederselo è Claudio Graziano dell'Arci. Eppure, la domanda che risuona nell'aria sta lì ancora appesa alla ricerca di una risposta che tarda a venire. Qualche giorno fa Veltroni ha parlato - una battuta buttata lì a caso - di ulteriore «bonifiche» per i campi della capitale. E' pronta una delegazione composta da esponenti politici della Sinistra e da rappresentanti di associazioni e movimenti come l'Arci impegnati in prima linea nel territorio dell'Urbe per verificare con dati certi quali sia la vera realtà dei campi della Capitale. Ma di sicuro - spiega ancora Graziano - «non è questa la strada. Non è con gli sgomberi - aggiunge - che si risolve un problema che non è di criminalità ma di vita ai margini. Oltretutto - il messaggio è chiaro - sentire parlare di "bonifica" quando si tratta di bambini e di uomini è raggelante. Anche nel linguaggio si porta indietro di decenni la cultura della città». A conferma di un approccio sbagliato alla questione, la notizia, che somiglia a una chicca, coinvolge ancora il quinto municipio dove sono stati fatti sgomberare i rom. Alleanza nazionale ha cominciato a distribuire volantini con su scritto "Riprendiamoci il nostro quartiere" in cui si assume tutto il merito degli sgomberi contro il centrosinistra - nota Antonio Medici - che a sua volta si assume tutto il merito degli sgomberi effettuati. «Siamo ormai a un vero paradosso culturale - commenta il vicepresidente del Quinto municipio romano - Si sta parlando, per una città come Roma, di come risolvere l'accoglienza e la risposta è negli sgomberi di persone che probabilmente continueranno a migrare da un campo ad un altro». Continueranno a vivere nel fango e nel degrado? E' questo che vuole Veltroni?«Per quanto ci riguarda - sottolinea ancora Claudio Graziano - ciò che chiediamo al sindaco della città è di fermare gli sgomberi e di aprire un tavolo di confronto con rom, la popolazione coinvolta, le istituzioni e i cittadini. Di trovare una soluzione abitativa per gli sgomberati. Ma soprattutto di tener conto che in questa città esistono migliaia di persone senza diritti. Il problema per queste persone è non esistere». Naturalmente non si può rispondere a tali problemi con una politica emergenziale. La questione è naturalmente più complessa. C'è chi revoca il condono sul debito ai nomadi, chi, come in alcuni comuni dove ci sono amministrazioni di centrodestra, il problema dell'accoglienza non se lo pone proprio, ma c'è anche chi si chiede se possa esistere una via alternativa ad una politica di sicurezza che non affronta il problema dell'integrazione e dell'accoglienza. «Ed è necessario - sottolinea ancora Medici - ripartire da qui». Naturalmente occorrono anche decisioni - lo aveva già puntualizzato Massimiliano Smeriglio - a livello di politica nazionale e internazionale. Ferrero, il ministro della solidarietà sociale, proprio pochi giorni fa si è recato a Bucarest e ha incontrato il suo collega, il ministro del lavoro rumeno. I due paesi si sono impegnati a reperire risorse in tal senso, per programmi innovativi e sperimentali, per l'integrazione sociale dei romeni che vivono in situazioni di emarginazione socio-economica e delle comunità rom attualmente presenti in Italia e Romania. Sarà inoltre favorita - dicono dal ministero - l'informazione ai cittadini romeni, inclusi i rom, sulle opportunità di lavoro ed inclusione sociale che esistono nel loro paese d'origine. «E' ovvio - sostiene Stefano Galieni, responsabile immigrazione di Rifondazione - che si deve lavorare per rimuovere le cause che procurano il disagio favorendo interventi di inclusione. Ma - puntualizza - distruggendo le baraccopoli si va contro parecchie convenzioni internazionali. Chi governa la città sa perfettamente che questa non solo non è una soluzione ma pone il Comune nell'illegalità e nella violazione del diritto. L'amministrazione deve capire come hanno fatto le precedenti amministrazioni degli anni '60 che la casa deve diventare un diritto per tutti e per tutte». Diritto che resta negato a molti. Non è certo con le roulotte che si risolve l'integrazione.

23 dicembre 2007

Milano: Letizia Moratti vieta l'asilo ai figli dei "clandestini"

La lunga estate della tolleranza zero sembra proprio non finire. Siamo a dicembre e tra decreti espulsioni contro i romeni e lavavetri e ordinanze di esclusione per censo, come quella del comune padano di Cittadella, le iniziative xenofobe sembrano non fermarsi più.Ma forse, almeno questa volta, qualcosa si muove. Anche le tiepide coscienze del piddì hanno abbozzato una reazione di fronte all'ultima trovata del sindaco Moratti. «Tutti i bambini, anche i figli di immigrati senza permesso di soggiorno, hanno il diritto di poter accedere alle scuole per l'infanzia», è stata infatti la dichiarazione comune di un nutrito gruppo di senatori del piddì. «Milano città europea - sottolineano i senatori - non può negare il diritto all'educazione ai figli di immigrati senza permesso di soggiorno, perchè non si può ingabbiare questo diritto dietro le sbarre della sicurezza, oggi tutti i bambini ne godono ed è bene confermarlo». «L'apprendimento, la cultura come i sogni, ci rendono liberi e negarli proprio ai più piccoli significa tarpare le ali ai cittadini di domani. I bambini sono tutti uguali, differenziarli vuol dire diffondere la cultura dell'esclusione e della discriminazione. È singolare che una città come Milano - sottolineano i senatori del Pd- aperta all'integrazione e universalmente riconosciuta come crocevia di culture diverse, subisca una battuta d'arresto proprio su questo punto. Sull'immigrazione - concludono - servono norme certe e chiare, ma impedire la conoscenza significa negare la libertà».Ma l'indignazione per quanto deciso dal comune di Milano arriva da tutta rifondazione. Il segretario lobardo del Prc, Alfio Nicotra, osserva che l'evangelico precetto «"Lasciate che i bambini vengano a me" non vale evidentemente nella città della cattolicissima lady Letizia». «Fa quasi specie - prosegue Nicotra - ricordare alla sindaco ex ministra che esiste il decreto del presidente della Repubblica n. 994 del 1999, a sancire il diritto dei minori stranieri a essere pienamente integrati nel sistema educativo della Repubblica italiana. Ma forse per il centrodestra che da anni governa Milano non siamo più in Italia, siamo in Padania». Duro anche il capogruppo del Prc al Senato, Giovanni Russo Spena. «Che la seconda città italiana neghi l'ingresso agli asili nido ai figli di extracomunitari senza permesso di soggiorno è un'ignominia. Già Milano aveva norme assurde per quelle iscrizioni, perché accettava con riserva domande da parte di lavoratori in attesa del rinnovo del permesso per poi cacciarli fuori se questo non arrivava. Adesso la discriminazione è completa: neanche chi è in regola ma in attesa della burocrazia italiana può iscrivere il proprio bambino negli asili milanesi». Russo Spena spiega di protestare a nome di tutto il gruppo: «La sindaca Moratti si vergogni, istruzione, socializzazione e scolarizzazione sono diritti universali».

22 dicembre 2007

Verona: Intimidazioni fasciste al quotidiano l’Arena

Intimidazioni al quotidiano l’Arena, l’Ordine dei giornalisti del Veneto definisce “inquietante” e di “estrema gravità” il progetto di “invadere la redazione” del quotidiano l’Arena svelato a un giornalista del quotidiano veronese dal consigliere comunale della Lista Tosi ed esponente di Fiamma Tricolore, Andrea Miglioranzi. L’episodio è stato svelato oggi da un comunicato del Cdr dell’Arena nel quale i giornalisti veronesi raccontano che Miglioranzi avrebbe detto a uno di loro “di aver fatto fatica a fermare un gruppo di ‘suoi’ che voleva irrompere al giornale per contestare alcuni articoli”. L’Ordine regionale nell’esprimere “solidarietà ai colleghi dell’Arena” e invitando la Procura ad avviare tutti gli accertamenti del caso, parla di preoccupante attacco alla libertà di stampa e chiede un immediato chiarimento al Sindaco.

Roma: Dalla strada al fango, l'odissea dei rom sfollati

E che senza un motivo decide di distruggere casine censite col numero civico.«Le chiamano bonifiche» spiega l'operatrice sociale che li conosce per nome, tutti. «E tutto dipende dal Comune, la V circoscrizione che li segue e cerca di integrarli non può alzare un dito». Alcuni raccontano che poche settimane fa hanno provato a spostarsi a Prima Porta, poi li hanno cacciati e sono tornati qui, nella estrema periferia est che si fa campagna.A via della Martora gli sfollati di Ponte Mammolo hanno accettato di venire perché è pur sempre meglio di un furgone parcheggiato lungo la Tiburtina. Ma sono delusi. «Come faccio a tenere qui i miei figli» mormora Farid Djema mentre i bambini si scaldano al fuocherello acceso dagli Halilovic, rom di origine slava che in vicolo di Ponte Mammolo avevano allestito una abitazione dignitosa. I figli di Farid andavano regolarmente a scuola, una scuola che ora è troppo lontana. Tra gli sfollati ci sono tre donne incinta. Con il pancione in bella vista si appoggiano alle macchine e ascoltano senza commentare, un vago sorriso: comunque andrà, il figlio arriva.L'assessorato alle politiche sociali del Comune aveva promesso 6 roulotte, ma al calar del sole non sono ancora arrivate. «Dove dormiremo?» si chiede disperata Adriana Calderas, facendo zig zag tra le pozzanghere.Persino i carabinieri, nel campo per una breve perlustrazione di routine, scuotono la testa: «Che macello». Sono loro che ci chiedono: «Perché li hanno sgomberati?». E' la domanda che corre di bocca in bocca. Ma come, erano integrati, avevano un lavoro, andavano persino a votare, i figli hanno fatto il militare. E' il destino che accomuna i vecchi e i nuovi rom di questo campo: se gli stranieri sgomberati possono comunque scegliere di tornare nel Paese di origine, il loro Paese è l'Italia e al massimo possono spostarsi in un altro campo. Zorca è una bella signora bionda che si tormenta perché nella notte sente i topi che le scorazzano accanto, le fanno giustamente schifo.Bouzekri cammina con lo sguardo perso. Non c'entra niente con i rom, era soltanto un vicino di casa, un amico. Per lui niente sistemazione, non era compreso nel censimento. Dal giorno dello sgombero dorme sul furgone con cui lavora, contratto regolare. Sotto i sedili spunta una cagnetta che nei giorni scorsi ha partorito 3 cuccioli, l'odore è tremendo. Guadagna 800 euro, 250 li manda alla famiglia in Marocco e il resto è per mangiare. «Spero mi diano una roulotte per questa notte, poi cercherò una soluzione per conto mio».Gli abitanti storici del campo nemmeno si avvicinano per accogliere i nuovi arrivati. Non è un giorno come gli altri, pochi giorni fa è morto un uomo anziano e laggiù i figli e i nipoti stanno arrostendo una pecora sulle braci ardenti per il funerale di sabato. «E' morto mio nonno, siamo in lutto» ci spiega un bambino di pochi anni che aiuta il padre a cucinare l'animale sventrato e ripieno. Massimigliano Smeriglio, deputato e segretario cittadino di Rifondazione, minaccia di fare dormire i rom nella sala consiliare del V municipio se l'assessorato alle politiche sociali non decide di portare le rimanenti roulotte. All'ora di cena arriva una quarta, le due rimanenti sono in viaggio. Ma il vicepresidente del V municipio Antonio Medici e l'assessore per le periferie Dante Pomponi restano comunque pronti ad aprire le porte per accogliere i rom.Se l'allarme sulla situazione degli sfollati di Ponte Mammolo è stato lanciato dal senatore Salvatore Bonadonna, poi tutta Rifondazione sta cercando di trovare una soluzione. Questa mattina alle 11.30 i locali Arci di viale G. Stefanini ospiteranno una conferenza stampa promossa dalla Sinistra l'Arcobaleno del V municipio, Coordinamento Roma città democratica e solidale, la rivista Carta, e la bottega del commercio equo Tutti giù per terra. Ci saranno anche i rappresentanti delle comunità rom colpite nelle ultime settimane dagli sgomberi promossi da Veltroni, convinto che soltanto in questo modo verrà ristabilità la legalità. Soltanto a Ponte Mammolo sono state allontanate 6mila persone. L'ufficio di gabinetto del sindaco, chiamato in causa per le condizioni agghiaccianti degli sfollati senzatetto, si è difeso dicendo che 900 dei 6mila hanno accettato di smembrare la famiglia: donne di qua, bambini in istituti per minori non accompagnati, uomini dall'altra parte. Una soluzione fortemente invisa ai rom, che non vogliono separarsi dai loro cari.Via della Martora non è una soluzione. Mancano i bagni chimici per quelli di Ponte Mammolo, le fontane sono intasate, manca per il momento la luce elettrica e il gas. «Dove facciamo da mangiare?» si chiedono. Per gli operatori sociali «la condizione deve essere temporanea», e sperano nei fondi stanziati dal ministero per la Solidarietà Sociale proprio per le abitazioni dei rom. «Sono orgogliosa di essere zingara ma non voglio vivere nella sporcizia» dice Maria, la pelle olivastra e lunghi capelli neri. Sembra diversa, Maria. Stivali col tacco senza una macchia di fango, giaccone impermeabile di un bianco immacolato. Due anni fa Maria e la famiglia hanno occupato un appartamento dell'Inps a Tor Bella Monaca. Ora temono lo sfratto. «Voglio vivere in una casa, continuare ad essere rom ma stare bene. Rom non significa stare in mezzo ai topi e chiedere la carità agli angoli delle strade». Maria fa la badante.Gli sgomberi stanno colpendo le baraccopoli dell'intera capitale. Quello che è emerso con i disperati di Ponte Mammolo è soltanto una minuscola porzione di quella che Smeriglio chiama senza tanti giri di parole «disastro umanitario». Il gelo costringe gli sfollati a rintanarsi nei furgoni, il gelo sta facendo ammalare i bambini e gli adulti. Un rumeno da sette anni in Italia ha un bimbo con problemi di salute, seguito dal Bambin Gesù. E' come svuotare il mare con un cucchiaino.«Non vogliamo rimanere a via della Martora» è l'ultima protesta della giornata di Adriana. Da anni chiede una casa di almeno 3 stanze per l'intera famiglia, 16 persone senza contare generi, nipoti e un bimbo in arrivo. In questi giorni i militanti dell'Arci e del Prc avevano trovato uno stabile adatto per loro, ma la soluzione è sfumata. Di questo gli italiani che si preparano al Natale sanno poco. Ecco perché il capogruppo di Rifondazione al Senato Giovanni Russo Spena ha spedito una lettera ai direttori delle testate giornalistiche, stampa, radio, tv, per sollecitarli a raccontare il dramma di bambini che questa notte dormiranno al freddo in una roulotte sporca e immersa nel fango, con i materassi sporchi di escrementi di topo.

Genova: Tre ispettori di Polizia a giudizio per spaccio

Il gup Daniela Faraggi ha concesso questa mattina, nel corso dell´udienza preliminare, il rito abbreviato ai tre ispettori della sezione narcotici della squadra mobile di Genova, accusati di aver spacciato droga dal 1995 al 2006. L´udienza è stata quindi rinviata per la discussione al 24 gennaio.Gli imputati sono Giovanni Sivolella, 52 anni, Andrea Percudani, 41 anni, e Giuseppe Berlingardo, di 52 anni. I poliziotti devono anche rispondere di peculato e falso. A far scattare le indagini erano state le dichiarazioni di un pentito, Mario Judica, uno spacciatore che nel febbraio scorso, incastrato dalla Guardia di Finanza, accettò di mettersi addosso una microtelecamera per filmare il pagamento di una partita di droga ai poliziotti.

fonte: il secolo XIX

21 dicembre 2007

Sentenza G8: Proteste a Napoli, Roma e Madrid

Napoli, Roma, Madrid. Tre città, tre luoghi della protesta ieri contro le condanne ai 24 manifestanti anti-G8 accusati di devastazione e saccheggio per i fatti di Genova 2001. In mattinata attivisti dei movimenti napoletani hanno occupato gli appartamenti del palazzo Reale, di fronte alla Prefettura, esponendo striscioni e riuscendo a interrompere una cerimonia dell'esercito in corso sul posto. Nella capitale, davanti al ministero di Grazia e Giustizia, alcuni manifestanti hanno dato vita ad un sit-in cui ha aderito anche l'Euskal Herriaren Lagunak (Amici del Paese Basco). A Madrid è stato occupato l'istituto di Cultura italiana. Intanto, è stata rinviata al 21 gennaio l'udienza del processo, alla Corte d'assise di Cosenza, contro i 13 noglobal della rete del Sud ribelle accusati di associazione sovversiva.

Roma: sgomberato campo Rom di Ponte Mammolo

A Ponte Mammolo rasa al suolo una baraccopoli, distrutti gli arredamenti, i libri, le pentole: tutto. Poi decine di persone per strada, al gelo. «39 bambini e tre donne incinte dormono in furgoni da più di 72 ore» . Lo ha denunciato in senato Salvatore Bonadonna (Prc), raccontando dei rom (tutti italiani, rumeni o francesi) sgomberati dal campo di Ponte Mammolo a Roma dove vivevano da dieci anni. «Non è Veltroni l'amico dei bambini? Non si cacciano le persone senza trovare soluzioni alternative». E il Prc, ha annunciato il senatore Russo Spena, chiede al governo una sanatoria sugli sgomberi

Omicidio Sandri: E' scontro sulla perizia balistica

«Il proiettile che ha ucciso Gabriele, non ha subito deviazioni». Sono le parole dei legali di Gabriele Sandri, ucciso nell'autogrill nei pressi di Arezzo l'undici novembre scorso, mentre si recava a Milano, per seguire con gli amici della curva la sua squadra del cuore, per andare a seguire la sua Lazio, impegnata contro l'Inter, in una giornata di campionato qualsiasi. Secondo gli avvocati della famiglia Sandri, la perizia chimica effettuata su richiesta del perito balistico nominato dal pm Giuseppe Ledda, non avrebbe trovato, sull'ogiva del proiettile, alcuna molecola riconducibile a reti metalliche, vetri o pietre. Il proiettile, quindi, sarebbe partito dalla pistola del poliziotto Luigi Spaccarotella e finito direttamente, in un'unica traiettoria, su Gabriele Sandri, colpendolo a morte.Di avviso opposto è il legale dell'agente della polstrada accusato di omicidio volontario: nella perizia sarebbe «stata trovata una sostanza estranea, che confermerebbe invece che il proiettile è stato deviato». Tutti i dubbi svaniranno, ci si auspica, a febbraio, quando verrà consegnata la definitiva perizia balistica. Nel frattempo, come dinnanzi ad ogni accertamento scientifico, visti i precedenti di pallottole deviate da presunti sassi vaganti nell'atmosfera, come è accaduto a Genova per l'omicidio Giuliani, è polemica tra avvocati e improvvisati esperti di ogni risma. Il professor Compagnini, che dovrà depositare i risultati della sua perizia alla fine del mese di febbraio, ha dichiarato alle agenzie di non saper neanche ancora «se la perizia chimica è stata depositata, visto che era stata affidata dal pm ad un esperto di chimica». Secondo il legali della famiglia Sandri la perizia avrebbe invece svelato ogni dubbio: sull'ogiva sarebbe stato ritrovate tracce di silicio e altre sostanze riconducibili al vetro dell'auto e al cadmio, sostanza presente nella collana indossata da Gabriele e disintegrata dal proiettile. Infatti, secondo l'avvocato Michele Monaco, che tutela gli interessi della famiglia Sandri: «Non ci sono tracce della famosa rete metallica o del jersey. Quindi, ha sparato per colpire l'abitacolo dell'auto».Sulla deviazione o meno della pallottola si gioca il futuro del processo, nonché la posizione dell'agente Luigi Spaccarotella, unico indagato per la morte di Sandri. Nel caso fosse confermata la traiettoria autonoma della pallottola mortale, l'accusa di omicidio volontario reggerebbe, insieme a tutto ciò che ne conseguirebbe da un punto di vista squisitamente penale.Per questo motivo i difensori dell'agente si sono prodigati a rintuzzare il tam tam mediatico di ieri, dopo che la notizia della perizia è stata pubblicata dal sito on line del quotidiano La Repubblica. «È una fantasia. Quella depositata dagli esperti del Cnr di Roma è un esame parziale con osservazioni al microscopio, perché la perizia balistica del professor Domenico Compagnini sarà depositata solo a fine febbraio, e c'è sostanza estranea». Parole di Giampiero Renzo, uno dei legali di Luigi Spaccarotella: «E' un esame parziale - ha aggiunto- che è stato depositato 20 giorni fa». I risultati, però, sarebbero positivi proprio per il tristemente noto agente della polstrada toscana: «Questo risultato, da solo, non è in grado di fornire elementi certi, in assenza degli importantissimi risultati che dovranno emergere dalla perizia balistica». Renzo ha inoltre spiegato di aver consegnato i risultati dell'esame al geologo Pino Aurea, che «ha confermato la presenza di una sostanza estranea, non compatibile con il vetro, la collanina e quant'altro potrebbe essere ricollegabile all'auto e al giovane». Tra silicio, cadmio, vetro, sangue e dopo la nota conferenza stampa del questore di Arezzo, quelle dei due spari in aria, diretta dal capo dell'ufficio stampa della polizia, Roberto Sgalla - lo stesso che gestì mediaticamente l'irruzione della Diaz ai tempi del g8 a Genova - l'omicidio di Gabriele Sandri è ancora in attesa di risposte definitive.

20 dicembre 2007

Milano: botte ai metalmeccanici per ripristinare "l'ordine sociale"

Scene da anni '50 a Milano. Quattro ore di sciopero e un corteo che vuole protestare davanti a Assolombarda, dopo un anno e mezzo di attesa del rinnovo. Federmeccanica che continua a rispondere "siete fuori dalla realtà" per qualche cento euro di dignità. La fotocopia esatta di quanto successo nel gennaio 2006 per l'ultimo rinnovo contrattuale (e per decine di altri). Poi la realtà arriva sotto le loro finestre e c'è la polizia a ripristinare la gerarchia sociale. Parole, fischietti, spintoni, transenne, scudi, uova, corpo a corpo e poi le manganellate, teste e nasi rotti. Perché sotto il portone del palazzo di vetro degli industriali lombardi, le tute blu, non ci devono stare. Off limits. Perchè? «Non c'era alcun bisogno di usare i manganelli contro i lavoratori a mani nude e viso scoperto che non volevano fare altro che sfilare davanti alla sede dell'associazione padronale transennata a presidiata come fosse un fortino - denunciano Fim-Fiom-Uilm - Non c'era alcun bisogno di questa "prova di forza" contro chi non rivendica altro che la dignità, la sicurezza sul lavoro e il diritto a un contratto nazionale rinnovato». O forse ce n'era bisogno. E le "forze dell'ordine" sono intervenute. A ripristinare i ruoli e l'ordine, appunto, sociale.

Sicurezza, decade il testo-pasticcio

Troppi errori, il governo molla il decreto sulle espulsioni. Figuraccia dell'Unione e di Veltroni. Mezza vittoria della sinistra, che non voleva il provvedimento. I centristi si sono fatti rispettare. Sconfitta e imbarazzo per Amato: aveva minacciato le dimissioni


Colpa di una norma impropria ma anche - per dirla alla Veltroni - dell'ingorgo parlamentare che non consente di correggere la norma e di farla approvare in tempi rapidi al senato. In parole schiette, sulla sicurezza il governo batte in ritirata. Lascerà 'decadere' il decreto sulle espulsioni facili, quello che il manifesto aveva chiamato il decreto antirumeni. Così ieri, al termine di una giornata di estenuante dibattito in aula, è toccato al capogruppo del Pd Antonello Soro raccontare quello che stava succedendo. Metterci la faccia, insomma, per spiegare perché il governo ha deciso di lasciar morire il decreto che aveva varato con massima urgenza e che il sindaco Walter Veltroni aveva fortissimamente voluto all'indomani dell'omicidio a Roma della signora Patrizia Reggiani. Finisce tutto in una bolla di sapone: la battaglia della sinistra per renderlo più digeribile, la notte drammatica del 6 dicembre con la fiducia al senato, il 'no' della senatrice Paola Binetti a nome della componente 'teodem' del Pd. Poi la scoperta dell'errore materiale di una norma antiomofobia mal scritta che cancellava un numero considerevole di processi con reati a sfondo razzista. E infine, e siamo a due giorni fa, l'altolà del Quirinale, che avvertiva la nuora (di destra) perché la suocera (dell'Unione) intendesse la sua «massima attenzione» su un testo che conteneva «riferimenti erronei» e quindi a rischio di promulgabilità: quasi un annuncio di bocciatura. Tutto sbagliato, tutto da rifare? Quasi. Ieri l'ostruzionismo della destra in aula. La ex Casa delle libertà giocava al tiro al piccione sulla maggioranza. Che dal canto suo reagiva mandando debolissimi segnali di vita. Poi la discussione è stata sospesa in attesa delle comunicazioni ufficiali del governo. Stamattina, dopo una riunione dei capigruppo convocata per le 9 e 30, il ministro dei rapporti con il parlamento Vannino Chiti annuncerà la fine ufficiale di questa storia. Il decreto, dunque, sarà lasciato decadere. Non sarà convertito entro fine anno, quindi non diventerà legge.Ma Palazzo Chigi non lascerà «vuoti legislativi». Dunque il testo verrà «reiterato», ovvero ripresentato, anche se non uguale - sarebbe incostituzionale - quindi ripulito dalla norma antiomofobia», come spiega Soro. «Si è già deciso utilmente di inserire nella legge che la commissione giustizia ha già elaborato sulle molestie e all'omofobia, lo strumento con cui è possibile affrontare e risolvere questi problemi. Il combinato di quella legge con un decreto sulla sicurezza, ripulito dalla norma impropria, sarà sicuramente la forma più efficace per sciogliere il nodo». Il combinato prevede che la sinistra guadagni la sua mezza vittoria, facendo approvare le norme antiomofobia nel dl Pollastrini, che domani riceverà l'ok in commissione giustizia, magari senza i voti dei centristi. E che i centristi guadagnino la loro mezza vittoria avendo bocciato di fatto le norme antiomofobiche. Ma non è detto che la soluzione che Soro anticipa rimetta a posto tutti i tasselli. Ieri, mentre la destra da Casini a Gasparri esultava per la figuraccia del governo e lodava il capo dello stato - vero deus ex machina di questa retromarcia - la sinistra si è prudentemente tenuta alla larga dai giornalisti a Montecitorio. Ma i pochi che c'erano, commentavano la vicenda senza ottimismo. «Alla fine per noi è andata bene. Questa soluzione è la 'meno peggio' per uscire dalla situazione in cui ci si era infilati», ragiona Elias Vacca, dei comunisti italiani. Ma avverte: «Se il governo intende reiterare le norme per la sicurezza con lo stesso strumento, significa che la lezione non è stata recepita». Stamattina l'annuncio delle esequie ufficiali, dunque, e del finale della vicenda. «Visto che l'imperfezione non è nel decreto legge del governo ma in ciò che il dibattito parlamentare ha portato, spero che il governo possa approntare rapidamente uno strumento legislativo analogo perché ciò di cui c'era bisogno allora c'è bisogno adesso», dice Walter Veltroni, che cerca di allontanare da sé lo spettro della sconfitta. Tace invece il ministro degli interni Giuliano Amato. Trascinato nella fretta del decreto dal sindaco di Roma, è l'unico che non può fingere di aver mezzo vinto. Aveva detto: se non passa il decreto mi dimetto.


Torino: Pestaggio razzista

Aspettavano accucciati dietro a un´auto, la spranga pronta all´uso: «Sei un marocchino schifoso, ecco quello che ti meriti». Botte. Calci. Bastonate. Colpi in testa ripetuti. Sangue in piazza Bodoni, davanti al Conservatorio, in pieno centro, a cinquanta metri dalla discoteca Lucignolo, una delle più in voga della stagione. Erano in quattro, italiani e giovanissimi. Urlavano e colpivano. «Tutto questo me lo ha raccontato la mia ragazza – spiega Mussin Aslaui, 18 anni, nato in Marocco e cresciuto in Italia – perché io sono svenuto per le botte. Ricordo solo che gridavano contro di me, ho fatto in tempo a girarmi, poi sono crollato in mezzo alla strada. È stato un agguato razzista. Lo dico perché ci ho pensato molto, e sinceramente non riesco a trovare un altro motivo».


CPT Bologna - Pestaggio legittimo. Assolti gli agenti. Intervista all'Avvocato Simone Sabattini

Assolti dall'accusa di lesioni personali aggravate i quattro agenti dipolizia responsabili del pestaggio dei detenuti del CPT Mattei nellanotte tra il 2 e il 3 marzo 2003. Pestare a sangue gli immigrati detenuti nei CPT è legittimo. Il giudice di Bologna Milena Melloni assolve con la motivazione della"causa di giustificazione" gli agenti che irruppero nel CPT ore dopo il tentativo di evasione picchiando e pestando a sangue i migranti.

L'avvocato Simone Sabattini, difensore dei migranti, definisce la sentenza inverosimile: " il giudice ha accertato l'esistenza di pestaggio, quindi riconosce che il fatto sia avvenuto come descritto ma dichiara che la polizia ha agito nell'ambito dei propri poteri. Il segnale più inquietante è che il racconto degli stranieri è statoricnosciuto come verosimile e che la polizia è intervenuta con un pestaggio successivo alla rivolta. Questo è un precedente drammatico: sia perché la procura non deve occuparsi di quanto fanno gli agenti nell'ambito dei loro poteri nel CPT, sia perché è una forma di impunità spaventosa verso interventi pacificamente al di fuoridell'ordine pubblico".Le deposizioni dei testimoni, tra cui Said Imich intervistato da Melting Pot, raccontano che gli agenti hanno effettuato una vera e propria spedizione punitiva nelle stanze dei detenuti e nella saletta del caffé quando ormai nella struttura era ritornata la calma. Infatti i migranti si erano ribellati dopo il picchiaggio brutale della polizia di due detenuti che avevano tentato l' evasione. I migranti che avevano protestato salendo sulla tettoia erano già scesi e tutti si erano già ritirati nelle camere. Said era nella saletta del caffé con altri ragazzi, qui hanno fatto irruzioni i poliziotti in assettoanti sommossa e hanno pestato con manganelli e calci i presenti, lanciando poi i lacrimogeni all'interno della piccola stanza. Ha tutto il sapore di una sentenza speciale per un luogo speciale incui i diritti hanno caratteristiche anomale. Secondo l'avvocato Sabattini "è raro e preoccupante infatti che una sentenza si discostiin maniera così evidente dal dibattimento, infatti le conclusioni delprocesso avrebbero dovuto essere molto diverse, tant'è che tutti siaspettavano una condanna. Nella prassi giudiziaria quotidiana per arrivare ad una condanna serve molto molto meno. Qui c'è stato un compendio probatorio pesantissimo, con quindici testimonianze... il metro utilizzato per le motivazioni è discutibile e la sentenza appare incomprensibile."I migranti, anche se assolti dall'accusa di comportamento violento, ricorreranno in appello, nel frattempo è facile immaginare le ricadute concrete sulle condizioni di trattenimento nei cpt italiani, dove ogni giorni i migranti che manifestano il disagio e la disperazione subiscono abusi e soprusi dagli agenti di Polizia, dove lo stato di privazione del diritto è così tangibile che sempre più spesso i detenuti cadono in uno stato di depressione patologica che di recente ha portato al suicidio.

18 dicembre 2007

Verona: Nuova aggressione fascista

Come si poteva immaginare, l'elezione a sindaco di Verona di Flavio Tosi, leghista doc con croniche simpatie per la destra radicale - Andrea Miglioranzi, ex Veneto Front Skinhead, membro della band nazi-rock dei Gesta Bellica e leader della Fiamma tricolore, è capogruppo della lista del sindaco in consiglio comunale - ha legittimato una nuova escalation di presenza politica e violenza fisica dei neo-fascisti veronesi. Nella notte di sabato scorso, dopo il corteo organizzato nel pomeriggio da Fiamma Tricolore per protestare contro il ferimento di un giovane simpatizzante di estrema destra accaduto nella scorsa settimana, corteo a cui ha partecipato lo stesso sindaco con alcuni dei suoi assessori, tre paracadutisti della Folgore di origine meridionale sono stati pestati nel centro storico scaligero in quanto «terroni». Tre dei presunti autori del pestaggio, Gabriele Cristiano detto «Toast», batterista dei Gesta Bellica coinvolto nell'indagine sul Veneto Front Skinhead e poi prosciolto, che già nel 2001 aveva malmenato l'editore rosso-verde Giorgio Bertani, Mattia Filippini, che secondo diverse denunce sarebbe stato presente ad almeno due delle ultime aggressioni avvenute in città a danno di compagni o semplici «diversi», e Gianfranco Zorzanelli, ultras della famigerata curva dell'Hellas Verona, sono stati arrestati con l'accusa di lesioni aggravate e porto abusivo di oggetti atti all'offesa. Il quarto componente del gruppo, ripreso dalle telecamere poste nella centralissima zona del pestaggio, è attualmente ricercato.Se l'ennesimo episodio di violenza ha scatenato numerosi interrogativi sulla situazione di «emergenza democratica» vissuta dalla città - così la definisce il capogruppo del Pdci in consiglio comunale Graziano Perini, che col figlio Luca, già aggredito due volte dai neofascisti, è stato posto sotto la protezione delle forze dell'ordine - la partecipazione di sindaco e assessori al corteo dell'estrema destra, dove ovviamente gli insulti alla Resistenza, alla Costituzione e alla magistratura si sono sprecati, ha scandalizzato più di un esponente del centrodestra scaligero. Persino Alberto Giorgetti, coordinatore veneto di Alleanza nazionale, ha chiesto una seduta straordinaria del consiglio comunale per ribadire la condanna e la contrarietà ad ogni violenza.Non ha mezze misure il comunicato di Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica che titola «il sindaco sodale con i picchiatori fascisti». «E' caduta la maschera, il re è nudo - dice Fiorenzo Fasoli, segretario di Rifondazione comunista - la destra fascista picchia e il sindaco è con loro. Bisogna rimettere in discussione tutta la questione della sicurezza, tanto cara a questa giunta. In questa città il pericolo non viene da immigrati, poveri e zingari, come vorrebbero i nostri amministratori. In realtà sono proprio loro ad essere pericolosi». La Verona antifascista sembra comunque aver già deciso di rialzare la testa e riprendere l'iniziativa: in rete infatti da ieri gira la proposta di una manifestazione nazionale che dovrebbe essere indetta nella città scaligera per il sabato precedente il 27 gennaio, giornata della memoria. Memoria che l'amministrazione comunale, forse travolta da quel 61 per cento di consensi dei cittadini veronesi, mostra di avere offuscata. Tanto da decidere, prima di spedire lo skinhead Andrea Miglioranzi a rappresentarla con il locale Istituto storico della Resistenza - infelice congiuntura scampata anche grazie agli articoli de il manifesto - poi da intitolare una strada a Nicola Pasetto, picchiatore fascista e deputato Msi morto in un incidente stradale dieci anni fa (a cui comunque è dedicata la sala riunioni della giunta in Municipio), fino alla partecipazione di Tosi e soci al corteo di sabato scorso. Il sindaco stesso era stato condannato per violazione della legge Mancino in relazione a una sua campagna di qualche anno fa contro gli zingari. La Cassazione ha poi annullato la sentenza, rinviando tutto alla Corte d'appello di Venezia, ma il processo è ancora in piedi. La parola ora torna agli antifascisti, ma anche a chi nel centrodestra crede ancora nella democrazia.

Condanne G8: Cosenza dopo Genova ?

Dopo la condanna di 24 persone per i fatti del G8 del 2001, nel capoluogo ligure si prova ad inquadrare la sentenza che ha chiuso la prima grande vicenda giudiziaria. Il dispositivo si è rivelato complicato, la sentenza dura, pesante. In generale, non solo per le condanne più alte. Quel reato di devastazione e saccheggio su cui la procura di Genova ha basato il processo, ha retto eccome, sebbene per «sole» dieci posizioni. Devastazioni, saccheggi, ordine pubblico in pericolo, concorso morale. Per avere forse spaccato una vetrina, danneggiato alcune auto, ovvero «cose», si va in galera, per 11 anni. Le difese avevano tentato di scardinare l'approccio dell'accusa, difendendo tutti gli imputati, senza distinzioni. A mettere in crisi l'ordine pubblico in quei giorni - è stata la tesi dei difensori - scegliendo di non intervenire, o non riuscendovi, caricando in modo arbitrario, sono state le forze dell'ordine, comandate da militari abituati alle guerre.Dopo la lettura della sentenza alcuni avvocati si sarebbero dichiarati parzialmente soddisfatti, segno evidente che si erano preparati perfino a una sentenza peggiore, ma anche un avviso di quanta complessità, politica, produca la distinzione tra «quasi buoni» e «completamente cattivi» operata dalla corte. Con sguardo più lucido, anche il parziale accoglimento delle teorie difensive rispetto ai fatti di via Tolemaide merita un approfondimento: la richiesta di indagare sulla falsa testimonianza di funzionari di polizia e carabinieri è un segnale, ma sulle condanne minori, leggendo capo di imputazione per capo di imputazione, si osserva che non per tutti è decaduto il reato di resistenza. Una discriminante non da poco, che spiega quanto lavoro ancora attende le difese per l'appello. Il successo, in questo caso, è più morale che giuridico. La sentenza si inserisce in un ginepraio politico e giudiziario. Dopo quella per i 25 di Genova, la prossima sentenza sarà quella di Cosenza, ancora una volta contro i manifestanti. Lì 13 persone rischiano condanne per associazione sovversiva finalizzata, guarda caso, alla devastazione e saccheggio di Genova. Alcune delle posizione sono collegate ai fatti di via Tolemaide: la sentenza genovese potrebbe influire. I due procedimenti contro i no global, inoltre, impallidiscono rispetto al complesso di varianti collegate ai procedimenti contro la polizia, specie quello della Diaz. Nelle aule che hanno fatto tremare i vertici della allora e attuale polizia, le vicende processuali dei 25 e dei 13 di Cosenza hanno trovato punti di contatto di una certa rilevanza. Specie quando i difensori dei poliziotti hanno compreso la complessità delle accuse, forse sottovalutate inizialmente, e dopo aver scampato il pericolo verificatosi in occasione delle recenti intercettazioni telefoniche, finite nel silenzio sia mediatico, sia politico.I difensori dei poliziotti hanno usato atti del processo dei 25 e del processo di Cosenza, per giustificare l'irruzione e le violenze alla Diaz. I loro assistiti hanno dimostrato, come emerso dalle intercettazioni, una dedizione quotidiana al proprio processo, nonostante posizioni rilevanti nella gerarchia della polizia. Collegamenti, strategie, contromosse, utilizzo di atti di altri procedimenti: eventi la cui analisi complessiva non può essere lasciata alla sola magistratura. Alcuni passaggi, evoluzioni e acrobazie sono tutte politiche e potrebbero essere colte. Anche senza una commissione di inchiesta.

16 dicembre 2007

G8 Genova: Una ferita ancora aperta

Sulla ferita che più brucia nella memoria collettiva recente del nostro Paese, ossia sui fatti del G8 del luglio 2001 a Genova, è arrivata ieri la prima sentenza. La prima dell'autorità giudiziaria, in sede penale. E' la sentenza, emessa ieri pomeriggio nel capoluogo ligure, sul processo mosso dall'accusa di devastazione e saccheggio da parte della Procura nei confronti di 25 imputati: i venticinque manifestanti alla sbarra del solo processo su quel G8 in cui, per i reati contestati dai magistrati inquirenti, non si potesse fare conto su prescrizioni ed effetti dell'indulto. Come invece è, precisamente, per tutti i dirigenti, funzionari ed agenti delle forze dell'ordine chiamati negli altri due processi penali ancora in corso a rispondere della «macelleria messicana» (parola, in sede di dibattimento, dell'allora numero 2 del primo reparto mobile della polizia - la celere - , Michelangelo Fournier) nella scuola Diaz e delle torture (parola di Amnesty International e dell'Onu) nel centro di detenzione di Bolzaneto: macelleria e torture perpetrate sui manifestanti stessi, molti più di quei 25 accusati, fra i 300mila di quei giorni di luglio di sette anni fa a Genova.Con la sentenza emessa dai giudici poco dopo le 17 e 30 di ieri, dopo circa sette ore di camera di consiglio, ventiquattro dei venticinque imputati sono stati condannati, per complessivi 110 anni di carcere di contro ai 225 richiesti dai pm. In un solo caso, quello d'una giovane donna, è stata riconosciuta l'assoluzione per non aver commesso il fatto. In altri dieci l'imputazione mossa dall'accusa, quella di devastazione e saccheggio, è stata confermata. Per i restanti quattordici i reati sono stati derubricati a danneggiamenti e furto. E per tutti coloro cui veniva contestata anche la resistenza nella prima fase dei fatti di via Tolemaide il pomeriggio del 20 luglio, ossia quando il corteo autorizzato delle e dei disobbedienti fu spazzato ben prima di giungere al limite della "Zona Rossa" da una carica improvvisa dei reparti speciali dei carabinieri, l'accusa specifica è caduta: perché è stata riconosciuta dai giudici l'«illegittimità» di quella carica. Circostanza importante, decisiva: che però tale non è stata per attenuare i «danneggiamenti» successivi, nel corso dei fatti occorsi in oltre due ore di ininterrotti attacchi delle forze dell'ordine ai manifestanti. Inclusi i «danneggiamenti» contestati nella situazione di piazza Alimonda: il teatro dell'omicidio di Carlo Giuliani, sul quale il procedimento è caduto già in fase di udienza preliminare in virtù d'una perizia che ha attribuito ad un sasso metafisico l'effetto letale del colpo sparato da quel defender dei carabinieri. Si dovrà attendere il deposito delle motivazioni per comprendere i criteri seguiti dai giudici di Genova nell'emettere la sentenza pronunciata ieri. Ma quel che si capisce da subito è che, in rapporto all'impianto accusatorio proposto dalla Procura, dalla sentenza stessa esce una quadro in chiaroscuro, con una certezza sola: la conferma, sia pur parziale, della pesantissima accusa di devastazione e saccheggio. Un reato di guerra, introdotto nella codificazione italiana da un decreto del Luogotente del Regno, Umberto di Savoia, nell'anno 1944: e che dall'inchiesta sui manifestanti di Genova in poi è divenuto di moda nell'approccio repressivo delle sedi giudiziarie rispetto ai movimenti degli ultimi anni. Solo cinque giorni fa una simile contestazione è caduta nei confronti di esponenti dei centri sociali torinesi, per un epidosio "minore": mentre continua a pendere in varie indagine e in vari procedimenti, ed è invalso parallelamente anche nei confronti del pur difforme fenome degli "ultras" nella vicenda delle tifoserie calcistiche, in quei laboratori di conflittualità endemica e di sorveglianza "eccezionale" che è il mondo degli stadi.Ora l'accusa è stata confermata in primo grado per dieci dei venticinque manifestanti imputati a Genova, nella bilancia squilibratissima dell'azione penale sui fatti di sette anni fa - a favore delle forze dell'ordine, o meglio di chi in queste è sospettato d'aver travalicato ogni limite di legittimità e d'aver travolto lo stato di diritto, come tutto il mondo ha visto.Certo, l'altra faccia della sentenza è che la stessa accusa è caduta per i tre quinti degli imputati. Senza dimenticare che una sola è stata l'assoluzione, sui quelle venticinque posizioni complessive, le difese di chi soprattutto era imputato o imputata per i fatti contestati sul pomeriggio del 20 luglio, ossia dentro o tutt'intorno a quell'episodio cruciale che fu la repressione del corteo disobbediente partito dallo stadio Carlini, hanno ottenuto dei successi relativi: come il già ricordato riconoscimento dell'illegtitimità della prima carica che, ad opera degli specialisti dell'Arma, spezzo il corteo stesso. E certo è un alleggerimento, rispetto all'estrema durezza delle richieste dell'accusa, l'aver ottenuto la derubricazione da devastazione e saccheggio a danneggiamenti e, in pochi casi, furto. E' certo, d'altra parte, che la divisione delle posizioni che così emerge dalla sentenza è destinata ad acuire, fuori dallo stesso fronte delle difese, le fratture a stento contenute negli anni nel fronte dei movimenti rimasti sulla breccia di Genova. E ancor più tra il panorama complessivo di quei movimenti e la politica "rappresentativa", istituzionale, alle prese con l'affondamento alla Camera della commissione d'inchiesta per cui si erano battute le sinistre in Parlamento (e sulla quale altre difformità s'erano registrate tra i movimenti medesimi).I giudici di Genova hanno consegnato un altro "punto" ad una parte delle strategie delle difese, rinviando alla Procura le testimonianze di tre graduati dei carabinieri e d'un vicequestore della polizia, per procedere eventualmente contro di loro per falsa testimonianza. Qualcosa che può pesare sui processi aperti a carico di componenti delle forze dell'ordine, appunto i processi Diaz e Bolzaneto: almeno in un caso, nel merito, la possibile falsa testimonianza riguarda la saga delle molotov artatamente depositate dalla polizia stessa proprio alla Diaz dopo la sanguinosa irruzione della notte del 21 luglio (la «macelleria messicana»), al fine di avvalorare la versione d'una operazione contro un «covo del black bloc», falsificazione che coinvolge i massimi vertici della pubblica sicurezza - solo lambendo, sinora, il capo in persona, Gianni De Gennaro, oggi titolare del gabinetto del ministro dell'interno del governo Prodi, Giuliano Amato.Così ieri si è potuto registrare il comprensibile sollievo di almeno uno dei giovani imputati, noto alla triste cronache del mainstream come l'«uomo della trave» (quella brandita contro il defender impazzito dei cc sul "luogo del delitto" - di Carlo - piazza Alimonda), che ha visto la richiesta pesantissima dell'accusa ridotta in sentenza a cinque anni di carcere, con la possibilità ora di ricostruire una qualche serenità di vita con la sua compagna e il suo bambino. Ma resta tutto l'amaro della conferma di quella contestazione di reato enorme, per quei dieci condannati sotto il titolo di devastatori e saccheggiatori, con pene pesantissime, dai 7 fino agli 11 anni di carcere. Un amaro che fa capo ad un'amarezza più di fondo: l'evanescenza, ad oggi, di anche solo avvicinare, in sede giudiziaria, la verità di fondo che ognuna e ognuno in buona fede, nel mondo, conosce. Ossia la devastazione e il saccheggio del buon diritto di tutte e di tutti a manifestare dissenso, che a Genova sono stati perpetrati sette anni fa dal potere. Salvo, è chiaro, l'ulteriore battaglia delle difese dei manifestanti nei prossimi gradi di giudizio. Ma quella battaglia di verità, dopo ieri più che mai, è affidata alle coscienze e alle azioni di chi cerca tutt'oggi una qualche coerenza con l'altissimo momento di lotta di sette anni fa, che una repressione «cilena» (ricorda, ministro D'Alema?) e omicida provò a spezzare. Perché pesa, invece, implacabilmente sulle coscienze e le azioni di quanti esercitavano ieri i poteri pubblici: e di quanti li esercitano oggi senza cessare, pur diversi, lo sfregio a quella memoria.

Ci siamo solo difesi dalle cariche di polizia

Omid Firouzi oggi ha 27 anni, ha da poco vinto un dottorato di ricerca. Ieri il tribunale lo ha condannato a 11 mesi per il reato di danneggiamento. La procura aveva chiesto 6 anni e otto mesi. Fa parte di quel gruppo di 14 imputati che, con la sentenza di ieri, ha visto derubricato il reato di devastazione e saccheggio e anche quello di resistenza. La carica da cui nacquero i disordini è stata considerata arbitraria e illegittima. Nato e cresciuto in Iran, dove ha vissuto fino all'età di undici anni, si è poi trasferito a Padova. Nel 2001 era a Genova, portavoce del collettivo Scienze politiche della città veneta. Al Carlini, poi in corteo, in via Tolemaide. La decisione del tribunale di Genova, per lui come per altri imputati, ha significato una boccata d'ossigeno.

Innanzitutto, seppure a caldo, un commento sulla sentenza nel suo complesso.

E' molto difficile fare una valutazione così a caldo. Penso agli anni che hanno preceduto questa sentenza: c'è stata una cornice di criminalizzazione durata fin dai primi giorni post-G8. Io oggi sento di avere uno spirito molto forte, dopo che per un anno intero ho subito misure cautelari, giustificate da una mia presunta pericolosità sociale.


A qualcuno è andata decisamente peggio.

C'è stato un processo grave di criminalizzazione, un tentativo di condanne preventive rispetto a un fenomeno sociale e politico, riconducibile a un desiderio di cambiamento. Le condanne pesanti confermano un clima generale di preoccupazione per gli spazi democratici del paese. Ogni richiesta di cambiamento sociale e di diritti viene ricondotta solo a questioni di ordine pubblico.


20 luglio 2001, la carica in via Tolemaide.

Ero al Carlini ed ero uno dei referenti del collettivo di Scienze politiche di Padova. Quando avvenne la carica ero alla testa del corteo. Nessuno se l'aspettava perché il corteo era autorizzato: dopo l'attacco dei carabinieri io ero rimasto sganciato dal corteo, insieme ad altri. Per un'ora non abbiamo fatto altro che difenderci e provare a ritornare a manifestare. Volevamo solo quello.


Sei anni dopo il G8 è una ferita ancora aperta.

Continuiamo a vedere il G8 come una macchia enorme della cosiddetta democrazia in Italia. E' stata creata una una cornice triste e vergognosa: oggi qualsiasi movimento, siano rom, immigrati, studenti, viene ridotto a una dimensione penale. A Genova iniziò un processo di criminalizzazione delle lotte sociali che non pare essere ancora terminato e che sembra confermato dalle politiche securitarie che stanno andando avanti. Genova è stata la punta massima di questo processo. Queste condanne e il clima generale che si respira dovrebbero continuare a far preoccupare ognuno di noi per gli spazi di democrazia. Per fare un esempio più attuale: siamo reduci da un'occupazione a Padova finita con uno sgombero e una carica della polizia. Per la prima volta abbiamo deciso di fare un esposto contro la questura padovana.


Dai 6 anni e passa chiesti dalla procura a 11 mesi, che valutazione fai, oggi?Ringrazio gli avvocati e tutti coloro che in questi anni, nel silenzio generale, hanno fatto un lavoro immenso, spesso gratuito, che ha dimostrato l'illegittimità di quella carica: non esiste violenza, esiste un corteo autorizzato che fu caricato, c'era un movimento che chiedeva un altro mondo possibile, non dei criminali. La richiesta di trasmissione degli atti dei poliziotti e dei carabinieri responsabili di quella carica lo confermano.

Dieci anni per una vetrina rotta, ma zero anni per omicidio. Lettera di Haidi Giuliani

La sola cosa che riesco a pensare nitidamente adesso è questa: andare a costituirmi come correa dei manifestanti contro il G8 del luglio 2001 condannati con sentenza di primo grado. Andare a costituirmi a fianco dei compagni di mio figlio Carlo, ucciso.Giro e rigiro nella mia mente questa sentenza d'un processo mosso dall'abnorme accusa di devastazione e saccheggio. Giro e rigiro le distinzioni operate dai giudici della Corte di Genova rispetto all'impianto d'accusa proposto dai magistrati inquirenti. Giro e rigiro i riconoscimenti delle responsabilità delle forze dell'ordine, nei fatti d'allora e nelle falsificazioni successive. Ma, girando e rigirando, non riesco a scrollarmi di dosso l'insopportabile sensazione di pesantezza che mi domina ora. Una sensazione di ingiustizia: sostanziale e irriducibile.Non riesco a vedere, in quella così "comminata", altra giustizia che una giustizia incapace di giustificarsi se non prescindendo dall'insieme dei fatti - che è il motivo, il solo, per il quale ho sostenuto, sostegno e sosterrò la battaglia per la commissione d'inchiesta parlamentare, ad oggi silurata.Vedo tutta la mancanza, pervicace, di comprensione di quel che è avvenuto davvero. Vedo l'ingiustizia ultima di non aver voluto almeno riconoscere a tutti gli imputati d'aver subito quella che il codice stesso definisce una «provocazione grave».Per alcuni e non per altri è stata riconosciuta la validità dell'accusa di devastazione e saccheggio, che la Procura proponeva per tutti. Ma anche fosse stato per uno solo: come si può parlare di devastazione e saccheggio da parte dei manifestanti, quando le forze dell'ordine hanno compiuto devastazione di corpi e di diritti - e saccheggio di vite?Conosco quasi tutti gli imputati. E, ripeto, pensando soprattutto a loro, non riesco a provare altro che un sentimento di enorme ingiustizia.Vorrei sapere a quanto saranno condannati i responsabili delle morti di Torino, delle morti di quegli operai bruciati dal sistema di sfruttamento cieco che chi è sceso nelle strade di Genova il luglio di sette anni fa denunciava.Vorrei sapere a quanto saranno condannati i responsabili della mancanza di sicurezza sul lavoro, in tutti i luoghi di lavoro, dove in una precarietà dilagante si rischia la vita ogni giorno, ogni notte.Cosa andremo a dire, dopo questa sentenza, ai giovani che provano giustamente rabbia di fronte alle ingiustizie di una società nella quale ormai vale unicamente il dio denaro, il dio mercato?Lo stesso dio che solo può sostenere questa bilancia: dieci anni per una vetrina rotta, zero per una testa rotta. Zero per una vita spezzata. Non potrò accettarlo mai.
Haidi Giuliani

15 dicembre 2007

G8 Genova: i commenti e le reazioni alla sentenza

‘’La verità sui fatti di Genova la conosce ormai tutto il paese, ma la giustizia continua ad essere lontana. Non smetteremo di chiederla. Non smetteremo di batterci per la Commissione di Inchiesta. Per noi, per le vittime, per ridare dignità al nostro paese’‘. E’ quanto afferma in una nota l’Arci commentando la sentenza sui fatti del G8 del 2001 emessa ieri a Genova da cui, secondo l’Arci ‘’si possono trarre delle prime considerazioni’‘. ’’Le richieste del Pm–evidenzia l’Arci–sono state ridimensionate (102 anni anziché i 225 richiesti, un’assoluzione, quattro funzionari di polizia segnalati alla procura per falsa testimonianza). Il Tribunale ha deciso di non applicare il reato di devastazione e saccheggio alla maggioranza degli imputati, accogliendo il cardine della linea difensiva. Si e’ finalmente stabilito–prosegue la nota dell’Associazione–che il corteo delle tute bianche del 20 luglio 2001 fu attaccato in modo arbitrario e ingiustificato, causando una reazione comprensibile, tant’è che è caduta l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale per tutti gli imputati coinvolti nei fatti seguiti a quella carica’’. ‘’I giudici–prosegue l’Arci–hanno quindi respinto il concorso morale nella devastazione e saccheggio, utilizzato dai Pm per collegare i fatti avvenuti nelle giornate del 20 e 21 luglio. Dieci imputati sono stati però condannati per devastazione e saccheggio, una imputazione mai applicata in Italia nel dopoguerra e che comporta pene pesantissime se comparate ai fatti contestati, danni materiali non alle persone’’. Secondo l’Arci ‘’è sconcertante che il tentativo peraltro mal riuscito di danneggiare il portone di un carcere possa corrispondere a una pena di 11 anni. C’è davvero il rischio di rovinare delle vite’’. Non solo denuncia l’Associazione ‘’per la morte di Carlo Giuliani non ha pagato nessuno, nei processi per la Diaz e Bolzaneto le eventuali pene cadranno in prescrizione. A febbraio verrà emessa la sentenza del processo di Cosenza, dove alcuni organizzatori e partecipanti a Genova 2001 sono assurdamente accusati di associazione sovversiva’’.

Haidi Giuliani, senatrice del Prc e madre di Carlo Giuliani, il giovane rimasto ucciso durante il G8 di Genova, si dichiara «sconvolta» dalla sentenza di oggi che non ha voluto considerare i fatti genovesi «come fatti attribuibili a singole persone ma ha giudicato i ragazzi come se fossero delinquenti abituali». «Mi sconvolge ancora di più - dichiara la senatrice - la distanza abissale che resta tra chi viene condannato per aver rotto delle cose e chi invece non sarà mai condannato per aver rotto esseri umani. Non mi stancherò mai di ribadire l'assoluta necessità di istituire una Commissione parlamentare d'inchiesta che rimetta insieme, come in un puzzle, tutto quanto è accaduto a Genova in quelle giornate». «La sentenza di Torino, che ha cancellato l'accusa assurda di devastazione e saccheggio, faceva ben sperare - ha concluso la sen. Giuliani - perchè i giudici l'avevano pronunciata basandosi su singoli atti compiuti da singole persone»


“Nonostante il dimezzamento complessivo delle pene rispetto a quelle chieste dall’accusa, e seppure sono state in minima parte accolte alcune delle tesi difensive, la contestazione dei reati di saccheggio e devastazione stravolge la realtà dei fatti di Genova’’. Lo afferma il verde Paolo Cento dopo la sentenza che condanna ad oltre 102 anni di reclusione ventiquattro manifestanti per le giornate del G8 di Genova. ‘’In tutto il mondo aggiunge Cento hanno fatto clamore le modalità dell’intervento repressivo e l’incapacità di individuare le responsabilità politiche della gestione dell’ordine pubblico, definita anche in parlamento ‘cilena’. La verità giudiziaria in questo modo capovolge la percezione dei fatti e rischia di consegnare alla Storia le giornate di Genova 2001 come una responsabilità dei ‘no global’. Per questo, in attesa della chiusura del processo riguardante le violenza alla scuola Diaz, resta valida la necessità di una commissione parlamentare d’inchiesta come strumento istituzionale per arrivare ad accertare, al di la’ delle responsabilità giudiziarie, la verità politica di quelle giornate”, conclude Paolo Cento.


La sentezza emessa dal Tribunale di Genova che condanna a 102 anni di carcere 25 manifestanti per gli incidenti accaduti durante il G8 di Genova, è una delle tappe più preoccupanti nel cammino repressivo intrapreso da una parte della magistratura italiana, afferma Italo Di Sabato responsabile dell'osservatorio sulla repressione del Prc. Confermando l'applicazione inaccettabile del reato di devastazione e saccheggio la sentenza rischia di diventare un pericoloso precedente per tutti i conflitti sociali. L'uccisione di Carlo Giuliani, però, è stata archiviata, la Commissione d’ inchiesta affossata in parlamento, coloro che decretarono, ed eseguirono, la sospensione dello stato di diritto e delle garanzie democratiche in quei giorni del 2001 sono stati promossi e premiati. In questi anni, conclude Di Sabato, non abbiamo mai smesso di chiedere verità e giustizia per i fatti di quei giorni. Assistiamo invece al diffondersi di misure repressive e autoritarie, di provvedimenti di polizia e di sentenze inquietanti. Siamo preoccupati. La chiusura degli spazi di agibilità democratica e di espressione del dissenso riguarda tutti. Tutti siamo chiamati alla loro salvaguardia.

«Le condanne comminate a Genova sono durissime, incomprensibili. Non capisco come si possano dare 5 anni di prigione per il reato di danneggiamenti e non capisco come sia possibile, nonostante le accurate ricostruzioni che rendono palesi le responsabilità delle forze dell'ordine, scaricare tutto sulle spalle dei dimostranti no global. Si respira oggi un'aria di vendetta nei confronti dei giovani mentre è palese, almeno finora, l'impunità dei rappresentanti delle forze dell'ordine, dell'agente Placanica che ha sparato e ucciso Carlo Giuliani, della catena del comando che ha prodotto il macello della Diaz». Dura la reazione del capogruppo Prc Giovanni Russo Spena alla sentenza del tribunale di Genova. «Dopo questa sentenza -aggiunge Russo Spena- mi auguro che ci si renda conto di quanto sia indispensabile procedere alla costituzione della commissione parlamentare d'inchiesta sul G8. Non possono esserci troppe verità su quei giorni e si accumulano i documenti e le testimonianze sul comportamento di polizia e carabinieri»

14 dicembre 2007

G8 Genova. Supporto Legale: In ogni caso nessun rimorso

La sentenza del processo contro 25 manifestanti per gli scontri avvenuti durante le proteste contro il g8 a Genova, ha deciso qual è il prezzo che si deve pagare per esprimere le proprie idee e per opporsi allo stato di cose presenti: 110 anni di carcere. Il tribunale del presidente Devoto e dei giudici a latere Gatti e Realini, non ha avuto il coraggio di opporsi alla feroce ricostruzione della storia collettiva ad uso del potere che i pm Andrea Canciani e Anna Canepa gli ha richiesto di avvallare.Anzi, ha fatto di peggio. Ha scelto di sentenziare che c'è un modo buono per esprimere il proprio dissenso e un modo cattivo, che ci sono forme compatibili di protesta e forme che vanno punite alla stregua di un reato di guerra.Per completare l'opera ha anche fornito una consolazione a fine processo per i difensori e gli "onesti cittadini", chiedendo la trasmissione degli atti per le false testimonianze di due carabinieri e due poliziotti, un contentino con cui non si allevia il peso della sentenza e il cui senso di carità a noi non interessa.
Il tribunale di Genova ha scelto di assecondare tutte quelle forze politiche, tutti quei benpensanti, tutti quegli avvocati, che - coscientemente - speravano che pochi, ancora meno dei 25 imputati, fossero condannati per poter tirare un sospiro di sollievo, per poter sapere dove puntare il proprio dito grondante morale e coscienza sporca. L'uso del reato di devastazione e saccheggio per condannare fatti avvenuti durante una manifestazione politica apre la strada a un'operazione pericolosa, che vorrebbe vedere le persone supine alle scelte di chi governa, inermi di fronte ai soprusi quotidiani di un sistema in piena emergenza democratica, prima ancora che economica. Nessuno di coloro che era a Genova nel 2001 e che ha costruito carriere sulle parole d'ordine di Genova, salvo poi tradirle con ogni voto e mezzo necessario, ha voluto schierarsi contro questa operazione assurda e strumentale: nessuno, o quasi, in tutto l'arco del centro sinistra al governo ha saputo dire che a Genova, tra coloro i quali oggi sono stati condannati ad anni di galera, avrebbe dovuto esserci tutti quanti hanno partecipato a quelle giornate.
La stessa cosa è stata portata avanti anche da molti dei movimenti, e molte delle persone che hanno cercato di sabotare i contenuti della manifestazione che solo tre settimane fa, il 17 novembre, ha riempito le strade di Genova: hanno voluto annebbiare le persone su chi fossero coloro che si battevano per un modello di vita e di società diverso, e chi difendeva il modello che viviamo sulla nostra pelle tutti i giorni; hanno voluto confondere le acque, forse perché anche la loro dignità è confusa. E allora decine di comunicati sulle possibili Commissioni Parlamentari, sulla Verità e sulla Giustizia, e troppe poche parole su 25 persone che stavano avviandosi a diventare capri espiatori di un potere che ha avuto paura.Genova però non si cancella con il revisionismo a mezzo procura, né con le pelose scelte di comodo e gli scheletri nascosti negli armadi. Le 80.000 persone che lo scorso 17 novembre hanno sfilato per le vie di Genova, non chiedevano una Commissione Parlamentare, bensì che 25 persone non diventassero il paravento dietro cui seppellire un passaggio storico scomodo, che ha messo in discussione l'attuale sistema di vita e di società. Siamo convinti che quelle 80.000 persone ci ascoltano e non permetteranno a un'aula di tribunale di espropriare la propria memoria e devastare le vite di 24 persone.A maggior ragione oggi, con una sentenza che cerca di schiacciarci e farci vergognare di quello che siamo stati e quello che abbiamo vissuto, di dipingere quei momenti di rivolta a tinte fosche anziché con la luce e la dignità che meriterebbero i momenti più genuini che esprimono la volontà popolare, noi diciamo che non ripudieremo nulla, che non chiederemo scusa di nulla, perché non c'è nulla di cui ci pentiamo o di cui sentiamo di dover parlare in termini diversi che del momento più alto della nostra vita politica.
Noi pensiamo che tutti coloro che erano a Genova dovrebbero gridare: in ogni caso nessun rimorso. Nessun rimorso per le strade occupate dalla rivolta, nessun rimorso per il terrore dei grandi asserragliati nella zona rossa, nessun rimorso per le barricate, per le vetrine spaccate, per le protezioni di gommapiuma, per gli scudi di plexiglas, per i vestiti neri, per le mani bianche, per le danze pink, nessun rimorso per la determinazione con cui abbiamo messo in discussione il potere per alcuni giorni.Lo abbiamo detto il giorno dopo Genova, e in tutti questi anni: la memoria è un ingranaggio collettivo che non può essere sabotato. E per tutto quello che Genova è stata e ha significato noi non proveremo nessun rimorso. Oggi, come ieri e domani, ripeteremo ancora che la Storia siamo Noi. Oggi, come ieri e domani, diremo di nuovo: in ogni caso nessun rimorso.

Genova G8: Candanna per 24 manifestanti a 102 anni di carcere

Il tribunale di Genova ha emesso questo pomeriggio la sentenza di primo grado nel processo contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio per i fatti del G8 di Genova nel luglio del 2001. 102 anni complessivi di carcere per 24 manifestanti invece dei 225 richiesti dai pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani. «Una sentenza pesante e sproporzionata ai fatti», secondo Lorenzo Guadagnucci, del Comitato verità e giustizia. «È sbagliato applicare il reato di devastazione e saccheggio – prosegue Guadagnucci – Il fatto che per alcuni imputati, questo reato sia stato derubricato mostra che il lavoro fatto dagli avvocati, dai comitati, dalla manifestazione del 17 novembre, è stato utile. Senza, le sentenze sarebbero state ancora più pesanti. Il tribunale non ha avuto però il coraggio di andare fino in fondo e derubricare quest’ipotesi di reato per tutti i manifestanti».
Il colleggio giudicante, presieduto da Marco Devoto, ha assolto solo una imputata, Nadia Sanna, mentre ha condannato a 11 anni la lecchese Marina Cugnaschi, 41 anni, a 10 anni e sei mesi Francesco Puglisi e Vincenzo Vecchi, a nove anni Alberto Funaro, a 7 anni e dieci mesi Carlo Cuccomarino, a 7 anni e otto mesi Antonino Valguarnera, a 7 anni e sei mesi Carlo Arculeo, a 6 anni e sei mesi Dario Ursino e a 6 anni Ines Morasca. Per quattro di loro sono stati chiesti anche tre anni di libertà vigilata, dopo aver scontato la pena e l’interdizione permanente dai pubblici uffici. Per gli altri, il reato di devastazione e saccheggio è stato derubricato a danneggiamento per gli scontri avvenuti a via Tolemaide. «La resistenza alla carica dei carabinieri – spiega in un comunicato ‘a caldo’ Supporto legale–è stata scriminata come reazione ad atto arbitrario e di conseguenza non costituisce reato [in pratica la reazione alla carica dei carabinieri è stata considerata legittima, ma non i danneggiamenti successivi]». Massimiliano Monai, il giovane fotografato insieme a Carlo Giuliani mentre corre con una trave di legno sulla spalla all’assalto della camionetta dei carabinieri da cui partì il colpo che uccise Carlo, è stato condannato a 5 anni per lesioni all’autista del defender Filippo Cavataio. Paolo Putzolu è stato condannato a due anni e sei mesi, a un anno e 8 mesi Paolo Dammicco, a un anno e sei mesi Fabrizio De Andrade, a un anno e 5 mesi Federico Da Re, Angelo Di Pietro e Filippo D’Avanzo, a un anno e 4 mesi Duccio Bonetti e Stefano Caffagnini, a un anno e due mesi Antonio Fiandra e Francesco Toto, a 11 mesi Tabar Firouzi, a dieci mesi Luca Finotti, a sei mesi Mauro Degl’Innocenti e a 5 mesi Domenico Ceci.
Per il capitano Antonio Bruno, il tenente Paolo Faedda, il Primo dirigente Angelo Gaggiano, il Primo dirigente Mario Mondelli è stata chiesta la trasmissione degli atti per falsa testimonianza. I danni patrimoniali e non, invece, saranno valutati in un giudizio civile. I ventiquattro condannati dovranno pagare «danni di immagine» alla presidenza del consiglio. «La tesi per cui a offendere l’immagine dell’Italia sono stati i manifestanti è stata accolta», ha commentato supporto legale. Restano ancora aperti gli altri due processi avviati dopo i fatti del 2001. I processi sull’irruzione alla scuola Diaz e le violenze nella caserma di Bolzaneto, si dovrebbero concludere entro la prossima estate. Per Lorenzo Guadagnucci però, «sulle responsabilità della polizia serviva soprattutto una risposta politica più che giudiziaria e gli avvenimenti degli ultimi mesi dicono chiaramente che, sul piano politico, la partita è chiusa e l’impunità è garantita».
Condanne "indegne" le giudica il deputato no global di Rifondazione Francesco Caruso: "E' un indegno e inquietante attacco repressivo nei confronti della moltitudine che sei anni fa riempì le strade di Genova".


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