31 ottobre 2007

Messaggio del Forum Sociale Mondiale per la commissione d'inchiesta sul G8 di Genova

I firmatari di questo appello chiedono alle forze politiche, ai parlamentari e al Governo della Repubblica Italiana di appoggiare la ulteriore richiesta per la costituzione di una Commissione parlamentare di Inchiesta sui fatti del G8 di Genova. Consideriamo che i gravi avvenimenti di Genova 2001 hanno aperto nel mondo un grande interrogativo sul tema della giustizia e del funzionamento delle istituzioni italiane e che la ricerca per porre fine a ombre e dubbi sia il segno della trasparenza che è propria di una società democratica.
I firmatari:
Chico Whitaker, Forum Sociale Mondiale
Norma Fernandez, Argentina social forum
Rita Freire, Ciranda Brasil
Gerardo Fontes, MST Movimento Sem Terra Brasile
Bheki Ntshalintshali, Cosatu Sud Africa
Imad Sabi, Oxfam
Candido Grzybowski, Ibase Brasil
Meena Menon, Focus on the Social South India
Antonio Martins, Attac Brasil
Kali Akumo, Grassroots Global Justice, People Hurricane Relief Forum
Malcom x Grassroots Movement, USA
Gustavo Codas, CUT Brasil
Gustave Massiah, CRID France
Luis Guillermo Perez, FIDH Bruxelles
Hector Monlayo, Allianza Social Continental Columbia
Hector de la Cueva, Allianza Social Continental, Mexico
Oscar Gonzales, Paz con democracia, Mexico
Adilson Viera, Gruppo de trabalho amazonico, Brazil
Salete Valesan Camba, Istituto Paulo Freire, Brazil
Roberto Savio, IPS presidente emerito
Jacobo Torres, Fuerza socialista bolivariana de trabahadores de Venezuela
Jason Nardi, Social Watch Italia
Raffaella Bolini, Arci, Italia
Joel Suarez, Convergencia de los movimientos de los pueblos de America
Le organizzazioni, le reti, i movimenti che si sono riuniti in occasione dell'incontro del Consiglio Internazionale del World Social Forum a Belem.

30 ottobre 2007

G8 di Genova. Stop della Camera alla Commissione d'inchiesta. Italia dei Valori e Udeur votano con la CdL

La proposta di legge per istituire una commissione di inchiesta sul G8 di Genova non è stata approvata in prima commissione della Camera. Con 22 voti contrari e 22 voti favorevoli la commissione non è riuscita ad affidare il mandato al relatore a riferire in aula. Assenti i due rappresentanti della Rosa nel pugno, mentre Italia dei Valori e Udeur hanno votato con la Cdl, accorsa in massa per l'occasione. Maurizio Ronconi, deputato dell'Udc, aveva dichiarato poco prima del voto: "L'istituzione della commissione di inchiesta sul G8 è un atto gravissimo e inquisitorio. Si tratta di una chiara manifestazione di sfiducia nei confronti delle forze dell'ordine e un tentativo per condizionare il lavoro della magistratura". Gianclaudio Bressa della Margherita nelle scorse settimane aveva messo a punto un testo che stabiliva che la commissione di inchiesta sul G8 di Genova sarebbe stata composta da trenta deputati, nominati dal presidente della Camera in proporzione al numero dei componenti i gruppi parlamentari. Come tutte le commissioni d’inchiesta parlamentare, avrebbe gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria e presentare una relazione alla Camera entro un anno. Il responsabile movimenti della segreteria nazionale del Prc, Michele De Palma e Italo Di Sabato responsabile dell'Osservatorio sulla repressione prendendo atto di questo ennesimo intollerabile ostruzionismo verso la verità sui fatti di Genova, hanno dichiarato in un comunicato stampa: " Era prevedibile che la destra avrebbe impedito con ogni mezzo l'istituzione della commissione d'inchiesta sul G8 di Genova. Quello che non potevamo prevedere è che ad insabbiare la verità sui fatti di Genova fossero gli stessi deputati della maggioranza, dal momento che la commissione d'inchiesta era prevista nel programma elettorale dell' Unione". "A Genova è stato sospeso lo stato di diritto - prosegue il comunicato - è tempo di promuovere una forte mobilitazione in tutto il Paese per evitare che le violenze perpetuate dalle forze dell'ordine creino una frattura con un'intera generazione. Il Parlamento deve istituire la commissione d'inchiesta, la maggioranza deve assumersi le sue responsabilità, la verità e la giustizia non possono più attendere"

Genova G8: Affossata commissione d'inchiesta. I commenti/1

Enrica Bartesaghi e Lorenzo Guadagnucci, del Comitato Verità e Giustizia per Genova, commentano così il voto odierno in commissione affari costituzionali sul G8 di Genova: "Dal giugno scorso, quando Gianni De Gennaro fu nominato capo di gabinetto del ministero dell'Interno, non avevamo più illusioni sulla commissione d'inchiesta e sulla reale capacità del parlamento e del governo di fare davvero i conti con la rottura della legalità costituzionale avvenuta nel 2001 al G8 di Genova. La bocciatura della commissione monocamerale dunque non ci sorprende. Resta la delusione nel constatare, sul piano storico, che il parlamento italiano ha rinunciato ad esercitare le proprie prerogative su una vicenda che ha scandalizzato il mondo, e che ai vertici dello stato, in sette anni, e senza significative divergenze fra centrodestra e centrosinistra, si è scelto di coprire e legittimare gli abusi compiuti dalle forze dell'ordine durante il G8. Per le vittime degli abusi è un'ulteriore umiliazione, per la costituzione un'altra mortificazione. Quanto alle forze dell'ordine, ci domandiamo quando e in che modo potranno recuperare la credibilità perduta nelle strade, nelle caserme e nelle scuole di Genova. Sarebbe servita una grande operazione di trasparenza, e un intervento di pulizia: si è scelto invece di non fare niente e di puntare su una sciagurata politica delle promozioni per gli imputati di grado più alto".Enrica Bartesaghi, presidente del Comitato, è madre di Sara, pestata e arrestata alla Diaz, 'desaparacida' per molte ore, poi finita a Bolzaneto e in carcere. Lorenzo Guadagnucci fu pestato e arrestato alla scuola Diaz.

«Chi nella maggioranza ha votato oggi contro la commissione d'inchiesta del G8 ora condivide con la Cdl una responsabilità gravissima: la volontà di negare la verità a chi la chiede nel Paese». Lo dicono la senatrice Haidi Giuliani e la deputata Graziella Mascia, del Prc, commentano il voto della commissione Affari costituzionali della Camera che ha negato lo strumento parlamentare d'inchiesta sui fatti di Genova. «La nostra prima reazione è l'indignazione fortissima per il comportamento di Idv e Udeur che disattendono gli accordi comuni firmati nel programma dell'Unione -aggiungono- Ora sarà l'aula a dover decidere e, soprattutto, a prendere quei provvedimenti indispensabili perchè non si ripeta mai più la gravissima sospensione dei diritti civili che si è verificata a Genova durante il G8. I socialisti, assenti in commissione stamattina, devono decidere se sulla difesa di quei diritti loro ci sono o no».


«Sono profondamente indignato per il voto contrario di IdV e Udeur sulla commissione d'inchiesta sul G8. Non ci resta che tornare a Genova per riempire le strade della nostra indignazione contro il tentativo di insabbiare la verità dietro montature giudiziarie e capi espiatori.». Con queste parole Francesco Caruso, parlamentare indipendente di Prc-Se, commenta la bocciatura oggi in commissione Affari Costituzionali del mandato al relatore di riferire favorevolmente in aula sull'istituzione di una commissione di inchiesta sui fatti del G8 di Genova. «L'ipocrisia di questi squallidi personaggi - afferma Caruso - che prima delle elezioni sottoscrivono un programma e poi una volta eletti fanno esattamente il contrario di quanto promesso, non fa altro che allontanare la fiducia nel Parlamento e nelle istituzioni da parte di chi chiede semplicemente di approfondire e conoscere la verità sulle responsabilità politiche rispetto a quel buco nero della democrazia apertosi durante i giorni del G8 a Genova». «Speriamo di trovar presto un' occasione - afferma il deputato Caruso - per una ritorsione politica contro questi squallidi personaggi che pretendono addirittura di dare lezioni sul comportamento istituzionale o addirittura di moralità politica. In tal caso non si tratta di affossare questo o quel punto del programma, ma di colpire e intralciare in modo diretto l'unico valore in cui credono: i loro egoistici interessi». «Dobbiamo essere migliaia a Genova al corteo contro la criminalizzazione dei movimenti - spiega - perchè sui fatti del G8 non si ripeta la solita storia ultramillenaria del potere che si autoassolve e dei poveri cristi che devono pagare le colpe sue». «Al ministro Mastella - conclude Caruso, rispondendo al ministro - chiederei possibilmente di leggere almeno una volta, seppur con quasi due anni di ritardo, il programma elettorale che ha sottoscritto e sulla base del quale è stato eletto: a pagina 77 scoprirà che la richiesta di una commissione di inchiesta sui fatti del g8 di Genova, non è un capriccio di un manipolo di sovversivi ma un punto del programma di governo, del Governo Prodi di cui lui fa parte».


«Il voto di oggi in commissione dimostra non tanto la compattezza della Cdl, quanto il ruolo nefasto che due forze di maggioranza, l'Idv e l'Udeur, anzi, Di Pietro e Mastella, giocano all'interno dell'Unione». Il numero due del Pdci Orazio Licandro, commenta così la bocciatura avvenuta in I commissione alla Camera della proposta di legge che punta a istituire una commissione d'inchiesta monocamerale sul G8 di Genova. «Noi del Pdci - prosegue Licandro - è già da qualche mese che mettiamo in evidenza l'atteggiamento di Di Pietro e Mastella. Riteniamo infatti che se questa maggioranza salterà e si arriverà davvero ad una crisi di Governo sarà perchè forze politiche come l'Italia dei Valori e l'Udeur coltivano tenacemente questo disegno». «Il Pdci comunque - conclude il deputato comunista - ribadisce fiducia nelle forze dell'ordine e in tutti i vertici che oggi le dirigono anche perchè la commissione d'inchiesta che noi volevamo istituire sul G8 di Genova non era affatto contro di loro, ma solo per fare chiarezza su fatti così gravi».


È un vergognoso atto dl'irresponsabilità parlamentare, grave e deludente». Così Gianclaudio Bressa, vice capogruppo dell' Ulivo alla Camera e relatore pdl commissione inchiesta per i fatti del G8, commenta la bocciatura della costituzione di una commissione d'inchiesta per i fatti del G8 di Genova. «I vertici dell'Unione europea - spiega Bressa - hanno più volte sottolineato che nei giorni del G8 a Genova si è verificata una sospensione dei diritti civili». «Il centrosinistra oggi - conclude - ha perso di vista gli obiettivi comuni che ci eravamo dati e che avevamo inserito nel programma. Poco importa che non sia conferito il mandato al relatore a riferire in Aula».


Il voto contro l'istituzione d'inchiesta sui fatti del G8 di Genova «è un atto gravissimo, si preferisce l'insabbiamento alla ricerca delle responsabilità per quanto accaduto». Lo ha detto il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero. «Questo voto nella prima commissione della Camera - osserva Ferrero - rappresenta un atto gravissimo. Chi ha votato contro l'istituzione della Commissione d'inchiesta preferisce evidentemente insabbiare quella vicenda piuttosto che contribuire a che si faccia piena luce su quanto accaduto. Solo se si farà chiarezza e saranno individuate tutte le responsabilità di quanto è successo allora si potrà uscire dal dopo Genova».


La bocciatura della proposta di istituire una commissione d'inchiesta sul G8 di Genova è una grave manomissione del programma dell'Unione e degli impegni presi in campagna elettorale, un nuovo sabotaggio del programma del centrosinistra da parte di alcuni deputati della maggioranza». È quanto afferma il sottosegretario all'Economia, Paolo Cento. «Ora la parola passi ai movimenti e alla mobilitazione popolare che mi auguro -sottolinea l'esponente dei Verdi- sia grande in occasione della manifestazione del 17 già convocata a Genova nella quale sfileranno i protagonisti di quelle giornate. Le istituzioni si impegnino alla piena agibilità delle piazze in quella giornata».


«Con il voto di oggi il Parlamento scava un fossato sempre più grande tra la società civile e il palazzo». Così Vittorio Agnoletto, eurodeputato, portavoce del Genoa Social Forum ai tempi del G8 del 2001, commenta la bocciatura della proposta di istituire una commissione d' inchiesta sui fatti di Genova. «Il movimento che chiede verità e giustizia - dice Agnoletto - si sente sempre più solo e sa di poter contare solo sulle proprie forze. Quel movimento, che ha contribuito in modo fondamentale alla vittoria del centro sinistra alle ultime elezioni, oggi si sente tradito». «Il popolo di Genova - prosegue l'eurodeputato - chiede dal 2001 che si individuino i mandanti delle violenze commesse al G8, sia tra i vertici delle forze dell'ordine che tra i vertici politici di allora». «L'unica certezza emersa fino ad oggi è che nel palazzo troppi, purtroppo non solo a destra, hanno paura della verità su Genova». «Prodi deve esigere il rispetto del programma, che contiene l'impegno a costituire la commissione d'inchiesta su Genova. Altrimenti - dice ancora Agnoletto - è legittimo pensare che i componenti della maggioranza che oggi hanno votato contro la commissione d'inchiesta sappiano di poter contare sulla tolleranza, se non il compiacimento, di settori importanti del governo e del centro sinistra. D'altra parte non è un mistero la posizione di Violante, visto che più volte si è pronunciato pubblicamente contro la commissione d'inchiesta ed infatti oggi non ha votato».


È gravissimo, perchè la commissione di inchiesta sul G8 è nel programma dell'Unione e perchè ci sono due partiti della maggioranza, Udeur e Idv, che sistematicamente appoggiano le posizioni della destra. Ma, soprattutto, è gravissimo per chi chiede verità e giustizia e non può ottenerla». Gennaro Migliore, capogruppo del Prc alla Camera, critica con decisione il voto in commissione Affari costituzionali che di fatto ha bloccato la nascita della commissione di inchiesta sul G8 di Genova. «È un atto molto grave, per questo chiederemo a Prodi di intervenire per richiamare alla collegialità non solo sui provvedimenti di politica economica, ma su tutti i provvedimenti -aggiunge Migliore-. Per noi la commissione di inchiesta sul G8 è essenziale per l'attività di governo». Il capogruppo del Prc ha rincarato la dose contro Udeur e Idv: «Tante volte gli strepiti dal centro accusano la sinistra, ma sono solo a destabilizzare la maggioranza».

... I commenti/2

Non dovete neanche fare fatica per immaginarlo...». Così il presidente della Camera Fausto Bertinotti risponde ai cronisti che a Montecitorio gli chiedono cosa pensi del voto di oggi sulla commissione di inchiesta sul G8.

La città di Genova rivendica una commissione d'inchiesta sui fatti del G8. Chi ha votato contro la sua costituzione, ha voluto sommare ai giochi di potere del G8 i giochi di »palazzo« nella sua versione attuale, quella più deteriore»: così il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, in merito alla bocciatura dell'istituzione di una commissione d'inchiesta sul G8 di Genova da parte della commissione affari costituzionali della Camera. «Genova - prosegue Vincenzi - è una città ferita dal G8. Una ferita che qualche deputato ha deciso di mantenere votando contro l'istituzione della commissione d'inchiesta. Questo non è un trabocchetto al governo Prodi ma è un'offesa ai cittadini genovesi e alla ricerca trasparente della verità ».

L'Italia dei Valori non è contro la Commissione sul G8: è contro l'uso strumentale della Commissione», afferma Antonio Di Pietro sul suo blog. «Un'inchiesta sui fatti del G8 deve essere fatta tenendo conto dei comportamenti di tutti coloro che erano parti in causa; degli errori, degli abusi, delle omissioni e delle violenze commesse da tutti. Allora si può ricostruire una pagina di storia secondo verità. Ecco perchè - sottolinea il ministro delle Infrastrutture - noi dell'Italia dei Valori non possiamo consentire che una commissione nasca con il fine di indagare solo su una parte dei fatti». «Siamo favorevoli ad una Commissione d'inchiesta su questo tema ma - ribadisce - a condizione che si indaghi su tutti i fatti. Le questioni sono due: i comportamenti dei manifestanti e quelli della Polizia. I no-global hanno sfilato per manifestare contro i potenti della Terra esercitando, legittimamente, un loro diritto. Alcuni, però, non si sono limitati a manifestare: hanno sfasciato vetrine, hanno incendiato macchine, hanno aggredito le forze dell'ordine. Una frangia di essi, quindi, ha commesso dei reati gravissimi per la quale la Procura della Repubblica e i giudici stanno procedendo, anzi hanno chiesto qualche centinaia di anni di carcere. I fatti sono già accertati. Così come - continua Di Pietro - è accertato, purtroppo e sotto certi aspetti ancora più grave, il fatto che le forze dell'ordine, per scoprire i colpevoli, non hanno fatto un'indagine di polizia giudiziaria nell'immediatezza, ma hanno rinchiuso alcune persone in una caserma e le hanno malmenate, provocando lesioni, comportandosi peggio degli altri. Questa è una brutta pagina che merita un approfondimento innanzitutto in sede giudiziaria, e i giudici se ne stanno occupando: anche i poliziotti che sono accusati di aver commesso quei reati sono stati rinviati a giudizio. Oggi, in Parlamento, cosa si voleva fare? Una commissione d'inchiesta limitatamente ai comportamenti della Polizia. Che Commissione d'inchiesta è questa.

«Il voto di oggi sul G8 è un fatto gravissimo perchè conferma il sospetto di una filtra coltre di ombre intorno a questa vicenda», afferma Giuseppe Giulietti portavoce di 'Articolo 21' a proposito della commissione d'inchiesta sui fatti di Genova. «Quella notte - aggiunge - non c'è stata solo la sospensione della legalità repubblicana, ma la violazione di articoli, come l'art. 21 della Costituzione con l'assalto al centro stampa e il tentativo di mettere il silenziatore a quella vicenda. Se il silenzio non è stato assoluto, lo si deve grazie ai quei coraggiosi poliziotti che hanno messo in luce alcune delle trame oscure e ai giornalisti che hanno reso noto come sono andati i fatti». «Articolo 21 - conclude - intende a partire da domani tornare a illuminare a giorno questa vicenda affinchè non si smetta di indagare e di fare luce sulle troppe onde che ancora la circondano».
«La ferità c'è, perchè i fatti del G8 debbono essere accertati, qualcosa di veramente grave allora è successo. C'è un tribunale che sta accertando la verità, ed è stata la giustizia ciò che iddio ha inventato per accertare la verità degli uomini». Così il ministro dell'Interno Giuliano Amato commenta al Tg1 la votazione in commissione Affari costituzionali della Camera che ha bocciato l'istituzione di una commissione di inchiesta sui fatti del G8 di Genova

Il comportamento dell’Italia dei Valori e dell’Udeur che con il loro voto non hanno permesso di approvare la commissione d’inchiesta sui fatti del G8 a Genova è qualcosa di scandaloso e ripugnante. Lo sostiene Italo Di Sabato responsabile nazionale dell'osservatorio sulla repressione del Prc. Rifondazione Comunista - continua Di Sabato - si è sempre attenuta al programma unitario e ne ha sempre difeso e sostenuto l’attuazione, facendosi carico con grande senso di responsabilità anche delle scelte di governo in esso non contemplate. Non si può dire lo stesso per altre componenti della coalizione dell'Unione, che un giorno minano con la loro rissosità la stabilità dell'alleanza e un altro giorno ne protestano il programma. Da dove vengano le minacce alla coesione dell'Unione e alla tenuta del Governo è evidente. A Genova è stato sospeso lo stato di diritto: è tempo di promuovere una forte mobilitazione in tutto il Paese per evitare che le violenze perpetuate dalle forze dell'ordine creino una frattura con un'intera generazione. Torneremo in migliaia per le strade di Genova, quelle stesse strade che abbiamo percorso correndo con i blindati che ci inseguivano per investirci, asfissiati dai gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra sulle armi di guerra, con 22 proiettili sparatici addosso di cui uno ha ucciso Carlo Giuliani, con le lacrime agli occhi per difendere i nostri compagni e i nostri fratelli da quel folle dispositivo di repressione cilena. La storia di Genova, la verità su Genova noi la conosciamo già perchè la violenza, i pestaggi, le brutalità le abbiamo viste in faccia, quella verità la grideremo per le strade di Genova, e nelle piazze di tutta Italia con la rabbia e l'indignazione di chi in quei giorni ha perso i denti spaccati a colpi di manganello, di chi ha perso un figlio, di chi ha perso il sonno. Torniamo a Genova per abbattere quel muro delle reticenze, degli insabbiamenti, delle omertà, dei depistaggi, dietro la quale tentano di nascondere le responsabilità politiche e istituzionali della mattanza fatta per le strade, delle torture e delle umiliazioni fatte alla caserma Balzaneto, delle ossa rotte fatte alla scuola Diaz. La verità a 360 gradi la pretendiamo noi e non certo Di Pietro, che nella sua demagogia e populismo continua a negare che anche lui ha sottoscritto un programma di governo nel quale si parla espressamente di una commissione d’inchiesta sulle responsabilità istituzionali e politiche per i tragici fatti del G8 e non certo per istituire un tribunale politico contro questo o quel manifestante. Per queste indagini già esistono i tribunali ordinari che infatti sfornato un'udienza dietro l'altra: se Di Pietro ha nostalgia per il suo vecchio lavoro, può sempre tornare a fare il Pm.




Un Paese intollerante e con sempre meno diritti è un Paese meno sicuro

Fra giri di vite e pacchetti sicurezza stiamo scivolando verso l'autoritarismo

Aldo Bianzino viveva vicino a dove sono nato, Aldo è morto in circostanze sospette dopo essere finito in carcere perchè accusato di coltivare marijuana. Sembra che queste notizie comincino a diventare normalità in un paese che fra giri di vite e pacchetti sicurezza sta lentamente scivolando verso una forma di autoritarismo di cui non si conosce la fine. Sembra quasi che stia (ri)nascendo una zona d'ombra nella nostra democrazia, generata dall'intreccio tra retoriche securitarie e piano simbolico, tra guerra al povero e disprezzo per la diversità. Né Repubblica né il Corriere hanno scritto una riga sulla vicenda, impegnati come sono a mobilitare il ventre molle del nostro paese contro il capro espiatorio di turno. Per loro la morte di un cittadino pacifista che finisce in galera per coltivazione di marijuana e che in una cella d'isolamento trova la morte (sembrerebbe per le botte prese) non fa notizia. Si dirà che i giudici hanno da subito aperto un'indagine, si dirà che in un paese di diritto queste cose vanno subito chiarite e che verrà fatta giustizia, si dirà questo e tanto altro.Quello che non si dice però è che la vicenda di Aldo Bianzino sembra simile a quella di altri, come quella di Giuseppe Ales, di Federico Aldrovandi, di Alberto Mercuriali caduti uno dietro l'altro dentro il buco nero della nostra democrazia, un fossato scavato nel tempo, con gli arnesi della stigmatizzazione mediatica e dell'etichettamento, con il lavoro costante degli imprenditori politici della paura rafforzato con il mantra della zero tolleranza. Un pozzo senza luce dove in fondo si trova la repressione senza mediazioni, fisica o psicologica che sia poco importa. Che sia il titolo di un giornale ad uccidere un ragazzo o una manganellata, quello che emerge è il carico di violenza spaventoso che pervade queste storie. Storie d'innocenti che avevano la sola colpa di avere uno stile di vita alternativo, di essere sospettati di utilizzare sostanze o di fumarsi una canna in un parco, di girare senza documenti o di coltivare marijuana per uso personale in un paese che invece dei trafficanti persegue i consumatori.Come non accorgersi che queste vicende, che non a caso accadono nella provincia "comunitaria" sono molto simili a quelle dove la violenza viene agita direttamente dalla società dei "normali". In fin dei conti un filo rosso lega le coltellate a Renato Biagetti, considerato da un fascista una zecca da colpire solo perché ascoltava musica reggae fino a tardi, alle prese in giro che portano minori a togliersi la vita, gettandosi dal terzo piano perché considerati gay. Sembra che ci sia nel nostro paese una sorta di "spontaneismo intollerante" che agisce violentemente, psicologicamente e fisicamente contro la diversità generalmente intesa. Un fenomeno che trova sponda, accoglienza e legittimazione nell'idea di una società tradizionale messa sotto assedio dalla modernità che va difesa a tutti i costi, una dinamica che viene alimentata quotidianamente nel discorso pubblico utilizzando la logica del capro espiatorio che condensa in sé tutta l'ansia sociale. Altro che "la sicurezza non è di destra né di sinistra", se uno come Amato non ha mai fatto caso che se sul piano dei linguaggi e dei segni legittimando la tolleranza zero si finisce al tempo stesso per legittimare l'intolleranza vuol dire che sul piano della cultura politica c'è uno smottamento senza precedenti. Una deriva questa che produce i suoi effetti travolgendo sia il rispetto dei diritti e delle garanzie costituzionali, ma anche e soprattutto l'idea stessa di società moderna. Io penso che questi segnali ci dicano che è arrivato il punto limite, e che c'è la necessità di dare una risposta immediata sia sul livello normativo che su quello dell'egemonia culturale. Sembra insomma che la nostra società non sia più in grado di metabolizzare i fenomeni che l'attraversano, e che stia delegando all'apparato repressivo la risoluzione di tutte le sue contraddizioni; perchè questo avvenga è sicuramente il frutto di dinamiche complesse e multifattoriali, sulle quali occorre riflettere seriamente. Quello che è certo però è che questa deriva va contrastata a fondo, senza cedimenti, per questo rivolgo un'appello per organizzare al più presto, in una modalità tale da permettere la massima convergenza di tutte le forze che ritengono utile impegnarsi in questo senso, un grande appuntamento nazionale contro l'intolleranza, perché un paese intollerante è tutto tranne che un paese sicuro.


Francesco Piobbichi
Responsabile politiche sulle droghe Prc

Perugia: Caso Bianzino, indagata una guardia addetta al "transito".

L'agente sarebbe stato preposto ai nuovi arrivi nel carcere di Perugia. Ancora ignote le accuse

E' una guardia carceraria addetta al «transito», come in gergo vengono chiamati i funzionari preposti ai nuovi arrivi al carcere, la persone iscritta dalla procura di Perugia nel registro degli indagati per la morte di Aldo Bianzino. Ha già un avvocato ma non è ancora stato possibile sapere con quali capi d'accusa il tribunale del capoluogo umbro ha deciso di procedere. Non è chiaro cioè se l'accusa contro la guardia sia per omicidio (e un comunicato di venerdì della procura sembrerebbe escluderlo) o per omessa sorveglianza, in un caso sempre più intricato e che ogni giorno riserva nuove sorprese. Aldo Bianzino, 44 anni molti dei quali passati nella quiete della campagna umbra con l'ultimo figlio Rudra e la compagna Roberta, viene trasferito al carcere di Capanne nella serata di venerdì 12 ottobre dopo che, al mattino presto dello stesso giorno, lui e Roberta Radici sono stati prelevati dalla mobile di Città di Castello nella loro abitazione in località Pietralunga. Secondo la polizia l'indagine promossa dalla procura di Perugia riguarderebbe la coltivazione di piante di erba di cui Bianzino avrebbe ammesso subito l'uso in proprio scagionando però immediatamente la convivente. Non ha nulla da nascondere Aldo anche perché ha la coscienza tranquilla forse ricordando che, appena qualche giorno prima, un tribunale sardo ha appena riconosciuto che coltivare piante ad uso personale non è reato. Pensa dunque che la questione si risolverà in fretta. Ma la mattina di domenica viene trovato morto nella sua cella.E qui cominciano i misteri. Era già morto quando il suo corpo fu visitato dal medico del carcere? E di cosa era morto Bianzino di cui subito si disse «deceduto per arresto cardiaco»? L'autopsia rivela invece che Aldo è stato ucciso da uno o più omicidi che non hanno lasciato, o non hanno voluto lasciare, segni sul suo corpo. Muore per emorragie interne nella regione cerebrale ma sulla cute non c'è nessun segno di ematoma. La procura apre un'inchiesta contro ignoti per omicidio e il ministero della Giustizia avvia un'indagine amministrativa. L'altro ieri appare il primo indagato. E altre domande. Chi entrò per ultimo nella cella? Chi aveva le chiavi per farlo? Chi infine scoprì il cadavere che sarebbe stato indicato ai sanitari o agli agenti di custodia dall'addetto ai servizi di ristorazione che vide per primo il suo corpo inanimato? E, infine, è vero, come si racconta sulla stampa locale, che le videocamere interne del carcere hanno dei buchi vistosi e che dunque qualcuno le avrebbe manomesse?


Emanuele Giordana Lettera 22

29 ottobre 2007

Genova G8, due pesi e due misure

Mia figlia Sara è stata indagata (insieme ai 93 della Diaz) a partire dal 21 luglio del 2001 e fino al mese di febbraio del 2004 per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio. Lo stesso reato per il quale qualche giorno fa a Genova sono stati chiesti 224 anni e mezzo di carcere nel processo in corso a carico di 25 manifestanti. Se non si fossero trovate le prove del falso accoltellamento, delle false molotov (poi scomparse, della falsa sassaiola, dei falsi picconi, forse oggi Sara e i 93 della Diaz sarebbero insieme ai 25 manifestanti. Sono davvero sconcertata per l'evidente uso di due pesi e due misure, da una parte 224 anni e mezzo di carcere per 25 manifestanti accusati (come lo sono stati a lungo i 93 della Diaz) di far parte del black-bloc, dall'altra nessun indagato per il massacro alla Diaz. Perché non è stato possibile, non si è voluto, trovare coloro che fisicamente hanno ridotto in fin di vita almeno tre persone, ferito oltre 80 dei manifestanti presenti nella scuola. Gli imputati sono quelli che hanno firmato il verbale di perquisizione, uno dei quali rimasto sconosciuto, quelli che hanno partecipato alla costruzione dei falsi, loro non rischiano niente. Nessuno di loro è stato sospeso, molti promossi, insieme ai responsabili delle torture a Bolzaneto. La prescrizione si avvicina, l'indulto aiuta, nessuna pena verrà da loro scontata per aver rovinato la vita a 93 persone alla Diaz e a oltre 200 a Bolzaneto. Nessuno è indagato per le violenze consumate nella caserma di Forte San Giuliano o per le violenze perpetrate nelle strade e nelle piazze. Nessuno per la morte di Carlo Giuliani. Quale messaggio dietro a questa evidente disparità di trattamento? Che sfasciare una vetrina o un bancomat, aver partecipato a un corteo autorizzato e illegalmente e ripetutamente attaccato come in via Tolemaide, può costare una decina di anni di galera, mentre l'aver sparato a altezza d'uomo, l'aver massacrato o torturato centinaia di persone si risolverà con un nulla di fatto? Se le richieste dei Pm verranno accolte, avremo 25 persone che pagheranno con anni di galera le colpe di tutti quelli che hanno permesso, voluto, che le manifestazioni anti-G8 del luglio del 2001 si trasformassero in una trappola per centinaia di migliaia di manifestanti. Chi avrebbe dovuto tutelare il diritto a manifestare si è rivelato incapace di gestire l'ordine pubblico e ha permesso, autorizzato la più grande violazione dei diritti umani in un paese occidentale dal dopoguerra, come denunciato da Amnesty International.

Enrica Bartesaghi

Lettera a Liberazione: una proposta in occasione dell'imminente sentenza ai 25 manifestanti di Genova

Caro direttore,
voglio molto bene a Don Gallo; non per questo ho firmato l’appello “noi, quelli di via Tolemaide”, di cui è primo firmatario, a scatola chiusa: l’ho letto, e ho pensato che non era il momento di sottili distinguo. La requisitoria dei pm per i 25 manifestanti sotto processo per i fatti di Genova, cui si sono aggiunte le richieste di risarcimenti, è spropositata e costituisce uno di quei segnali da cogliere. Adesso, non fra qualche mese, perché allora sarà troppo tardi.
Quell’appello l’ho firmato e non me ne pento: troppo alta la posta in gioco per vestire i panni della maestrina che sottolinea con penna rossa errori o ambiguità. E, soprattutto, in questo caso la maestrina finirebbe col giocare con 25 vite che rischiano di essere seriamente compromesse, stritolate in un ingranaggio che vuole farne un capro espiatorio, per chiudere poi la storia di Genova con condanne evanescenti alle forze dell’ordine nelle future sentenze su Diaz e Bolzaneto. Però oggi, dopo aver saputo della manifestazione indetta per il 17 novembre, annunciata da Luca Casarini e altri in una conferenza stampa, due parole critiche le voglio scrivere.
Dicevo che voglio bene a Don Gallo. Per tanti motivi; uno su tutti: sui fatti di Genova c’è sempre stato, non da ieri. Ci ha messo la faccia e la statura morale che tutti gli riconoscono. Probabilmente per la sua formazione etica anche lui non è portato a giocherellare con divisioni bizantine: su Genova ha scelto una parte, coerente col suo impegno civile di decenni. Di altri, purtroppo, non posso dire la stessa cosa: mentre i due comitati genovesi (Verità e Giustizia e Piazza Carlo Giuliani) assieme ad avvocati, mediattivisti, e ad alcuni giornalisti, da 6 anni producono una paziente e faticosa opera sul territorio, per informare e per raccogliere fondi per i processi, altri hanno lanciato i loro proclami in favore di telecamere o altre ribalte.
Non penso l’abbiano fatto del tutto coscientemente; e, in ogni caso, viviamo in una civiltà dell’immagine che impone un utilizzo strategico della comunicazione. Per la memoria di Genova la puntata di Blu Notte è stata più utile dei proclami di Casarini (di cui non metto in dubbio la buona fede), ma se non vogliamo rassegnarci a pensare che l’ultima spiaggia per ottenere uno straccio di verità su Genova sia il gabibbo, credo serva altro che non la manifestazione del 17 novembre, peraltro pericolosa in quanto trasformabile in un boomerang proprio per i 25 sotto processo. E quanto sia strumentalizzabile una manifestazione dovremmo averlo capito tutti dalla vicenda di questi 25 ragazzi.
Ecco perché mi rivolgo a te, caro Direttore. Solo pochi giorni fa Liberazione, Manifesto e Carta sono stati i principali promotori di una manifestazione in cui cultura e informazione sono stati traino e veicolo di istanze collettive. Ebbene, credo sarebbe importante se gli stessi giornali proponessero un appuntamento di informazione e dibattito sul luglio 2001, in prossimità della sentenza ai 25. Tanti, in questi anni, hanno scritto articoli e libri o realizzato video su quei giorni; non ritengano concluso il loro compito: è giunto il momento di tornare a far sentire la loro voce, ma stavolta senza disperderla in mille rivoli. Questo, sia chiaro, NON in contrasto con la manifestazione del 17 novembre.
So che avete appena speso molte energie per il 20 ottobre. Ma su Genova questi giornali hanno già dato molto: Genova è parte della nostra e vostra storia recente. E non è retorico dire che dell’appello “noi, quelli di via Tolemaide” la parte più convincente è proprio quella in cui si invitano tutte le realtà che si sono battute per la verità su Genova a far sentire ancora la propria voce. Penso ad un grande appuntamento in cui i tre giornali, assieme ai due comitati genovesi e a tutti quelli che da anni lavorano sul G8 genovese, sappiano dire a questo Paese anestetizzato “noi c’eravamo, e ci siamo ancora; non ci arrendiamo”. Spero che le mille difficoltà, pratiche e logistiche, di questa idea non siano sufficienti a farla restare nel cassetto delle belle idee irrealizzabili.
Francesco "baro" Barili

G8, lo Stato colpevole si vendica:per i manifestanti carcere e multe

Due secoli e un quarto di carcere per i Venticinque di Genova? Non bastano: devono pagare in moneta sonante, oltre che con le loro vite. Due milioni e mezzo di euro, centomila a testa. Dopo le pene draconiane richieste dai pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani contro il pugno di manifestanti anti-G8 posti alla sbarra in vece degli altri 300mila di quel luglio 2001, ieri è stata la volta della seconda voce dello Stato, la sua avvocatura. E le pene pecuniarie, a titolo di danno non patrimoniale ma «all'immagine», sono state invocate dall'avvocato Ernesto de Napoli, parte civile in nome della presidenza del Consiglio dei ministri e del ministro dell'Interno - allora Berlusconi e Scaiola, oggi Prodi e Amato. L'avvocato dello Stato ha anche aggiunto: se pure intervenissero assoluzioni dall'accusa di devastazione e saccheggio (quell'incredibile accusa d'un reato tratto dal decreto emanato nel 1944, in piena guerra, dal Luogotenente del Regno principe Umberto), ognuno dei Venticinque dovrà comunque risarcire, sempre all'«immagine dello Stato», 30mila euro.Di cosa sono colpevoli i Venticinque per meritare queste punizioni, in ultima analisi? D'aver sfidato il 20 luglio di sei anni fa la repressione promessa dallo Stato medesimo: quella repressione che ha macchiato indelebilmente la sua immagine il 20 stesso con la trasformazione delle forze dell'ordine in esercito guerreggiante e con l'omicidio d'un giovane ribelle, Carlo Giuliani. E poi il 21 proseguendo nell'opera per le strade di Genova e attuando i massacri, di persone e del diritto, perpetrati nella scuola Diaz e nel lager di Bolzaneto.I Venticinque di questo sono colpevoli: di rappresentare fisicamente nelle aule del Palazzo di Giustizia genovese la moltitudine di corpi contro la quale lo Stato si è reso colpevole delle colpe imputate a funzionari delle sue polizie in altri due processi. Funzionari in quali, a qualsiasi pena dovessero essere condannati, per i reati contestati beneficeranno interamente della prescrizione e dell'indulto. Quello contro cui si sono sempre scagliati i loro più accesi difensori politici.La vendetta del colpevole, dunque. E' giusto. Se lo Stato è il monopolio della violenza senza più il vincolo di diritti garantiti, allora lo Stato alla sua colpa risponda pure con la sua vendetta. Che ne sarà poi della legge, è domanda oziosa: l'identico di quel che già ne è da quei giorni di sei anni fa, sino a quando i vertici della catena di comando delle polizie sono stati esclusi dai processi ed anzi nel frattempo, da un governo all'altro, promossi a più sicuri ed onorifici incarichi. Fatti che la grande informazione non ricorda: perché c'è bell'e pronto l'argomento dell'indulto sui "pesci piccoli" rimasti, a far tornare i conti dei forcaioli a pro del potere.D'altra parte, questa "giustizia" ha costruito bene il suo calendario. Prima il 20 luglio dei "manifestanti violenti", poi il 21 delle "pecore nere" negli apparati dello Stato. Una sequenza soprattutto logica. C'era solo da rimuovere un ostacolo: quel cadavere in Piazza Alimonda, quello d'un manifestante, l'unico ucciso nei "fatti di Genova", ucciso dallo Stato. Così è stato fatto: e quel corpo di reato è sparito per la "giustizia" con l'archiviazione, previa la perizia del «sasso» miracoloso. Nessuno, ci scommettiamo, commenterà oggi queste parole pronunciate ieri da Haidi Giuliani: «Da parte dello Stato mi aspetto che qualcuno venga da me e Giuliano prima o poi a chiederci i danni, perché il sangue di nostro figlio Carlo ha sporcato la pavimentazione della piazza». Il quarto potere che fa corto circuito con gli altri, quel sangue l'ha archiviato a sua volta. Non l'ha mai visto. Dormiva, anzi non c'era.Chi scrive, invece, c'era. Proprio lì dove Canepa e Canciani hanno individuato il cuore della «guerriglia», l'«intento violento» dell'assedio civile ad un G8 svolto ponendoci tutti in stato d'assedio. In via Tolemaide, il pomeriggio del 20 luglio. Non a guardare per poi dimenticare. Ma prima dentro lo Stadio Carlini e poi nelle prime file della "testuggine" che aprì il corteo della disobbedienza, che fu gasata e caricata dagli incursori dei corpi speciali dell'Arma, con le armi e a freddo, 500 metri prima della destinazione comunicata d'un corteo mai vietato. La ricomponemmo, quella testuggine, come potemmo: per resistere alla guerra scatenata contro i 20mila che venivano dietro. E resistemmo in tanti, per quei tanti massacrati in terra nei portoni e nei cortili, negli androni e nei garage. Reagimmo, come potemmo, come venne spontaneo a tutto ciò che ci fu scagliato addosso: battaglioni scatenati, gas dagli elicotteri, blindati e idranti lanciati all'impazzata, e proiettili sparati. Fino a quello in piazza Alimonda, nella testa di Carlo.C'ero. E c'ero alla sera, di nuovo al Carlini dove fummo tutti i 20mila, tranne quelli trascinati alle torture di Bolzaneto e rastrellati persino dagli ospedali, a decidere come gli altri alla Fiera del Mare che nessuna vendetta avrebbe ripagato quella vita, che dovevamo solo continuare a camminare: anche per Carlo.Ora che lo Stato vuole compiere la vendetta della sua colpa sui Venticinque, chiedo lo faccia anche su di me. E chiedo che riconosca a me e a tutte e tutti gli altri di quel luglio che, preparandoci per lunghe settimane alla contestazione del G8 2001, abbiamo cospirato: per la democrazia. E non voglio che il partigiano don Gallo si autodenunci per noi, che eravamo lì, dov'erano quelli alla sbarra, tra i Venticinque: voglio che lo Stato mi ci veda accanto ora, insieme a tutte e tutti coloro con cui dello Stato abbiamo sfidato il volto più oscuro allora.Ho scritto già, sulla requisitoria dei pm, di storia del potere contro la storia viva. E so bene che in troppi siamo colpevoli di aver lasciato la prima operare sola in quel Tribunale, coltivando la seconda altrove, e malamente. Leggo che per il 17 novembre alcuni con i quali ho condiviso da allora una parte del cammino, la disobbedienza segnata poi da separazioni ma che nessuno può strappare dalla vita mia e di quante e quanti vi si sono coinvolti, hanno proposto di tornare a Genova: «Perché tutti i compagni processati a Genova siano liberi, perché la storia del potere non sia un ostacolo alla corsa di tutti, quelli che c'erano e quelli che verrano, verso la libertà». Poiché da un po' non ho in tasca nemmeno la tessera del Trambus, sono ancor più d'accordo con l'appello di Supporto Legale, che sostiene gli imputati di Genova e Cosenza: invita anch'esso a tornare là il 17 novembre, «senza firme, senza identità, senza se e senza ma, perché Genova non è finita, è ancora qui,oggi, e riguarda tutti e tutti se ne devono fare carico, senza esclusioni». Spero bene che nessuno, soprattutto fra quanti si presero la responsabilità di chiamare quei 300mila sei anni fa, si sottragga ad un appuntamento che nulla toglie alle differenze: ma senza il quale sarebbe tolta dignità alla parola comune che un giorno sapemmo dire.

28 ottobre 2007

Dalla Somalia al G8, la guerra di Genova

Le giornate del G8 rilette attraverso le testimonianze del processo ai 25 manifestanti. Tra citazioni «belliche», reparti speciali dei cc creati ad hoc, addestrati e comandati da gente abituata alla Bosnia e al Kosovo

Il processo ai 25 manifestanti è ormai in dirittura d'arrivo. Oltre due secoli per i 25 imputati, la pena richiesta dai pm. Con oltre 300 ore di video e 15 mila fotografie circa, il processo ha sviscerato molto di quelle giornate. Quanto è emerso ha dato la possibilità di precisare come la preparazione di quelle giornate nel luglio 2001 abbia coinvolto i più alti vertici di polizia e carabinieri. Un vertice, quello di Genova, che rimarrà nei libri di storia e di cui molto è conosciuto, tranne gli aspetti più spietatamente politici. Sull'operatività (chi comandava cosa e chi) molti dubbi sono stati risolti, grazie all'identificazione attraverso relazioni di servizio, segnali sui caschi, divise. Manca solo l'ultimo tassello: chi volle che in quelle giornate si creasse un clima di impunità per le forze dell'ordine e di terrore per le strade, in modo che saltassero all'aria accordi, diritti e libertà di manifestare. Le centinaia di testi però, non sembrano essere stati registrati dai pm, tanto che l'accusa ha specificato: «Non mi serve un consulente tecnico e neanche un testimone per apprezzare quello che vedo». Ovvero, un milione e passa di euro spesi per un processo in cui alla fine i pm hanno ribadito le proprie convinzioni, già chiare ancora prima di ascoltare tutte le voci in tribunale. Quella che segue è una carrellata di testimoni del processo ai 25, che si incrocia con i tragici fatti di piazza Alimonda, archiviati e senza un processo. Nonostante i pm abbiano cercato di circoscrivere gli eventi al comportamento dei soli manifestanti, le centinaia di udienze hanno permesso invece di scoprire parecchi lati nascosti di quelle giornate: in modo particolare la preparazione e l'atteggiamento delle forze dell'ordine per le strade di Genova.

Il Tenente e Sun Tzu: «Nei giorni del G8 ero effettivo come tenente nel XII Battaglione Sicilia. Per il G8 si costituì il Ccir, Compagnia di contenimento e intervento risolutivo. Sembra un parolone ma non era altro che una compagnia che usava i nuovi equipaggiamenti per l'ordine pubblico». Il tenente Mirante è nei punti nevralgici del G8: via Tolemaide, via Caffa, piazza Alimonda. Avvezzo a situazioni drammatiche, ricorda che sembrava di essere «nelle retrovie della prima guerra mondiale, poiché la guerra è come l'ordine pubblico». Cita Sun Tzu e De Gaulle, ma poi, quando si tratta di piazza Alimonda, la sua memoria e la sua arte oratoria si spengono. Ha visto tanti morti, lui. Il corpo di Carlo Giuliani e la possibilità che sia stato colpito da una pietra, già morto a terra, o ucciso dalla retromarcia del Defender, non lo tocca: «Ho visto tanti corpi colpiti da investimento: il corpo può rimanere integro ed essere stato investito. Non si può stabilire perché era morto, addirittura in alcuni processi l'avvocato cerca di dimostrare che uno è morto per infarto prima che per investimento».

Maestri di guerra: Benché Mirante minimizzi, la formazione di reparti speciali dei carabinieri ad hoc per Genova è un chiaro segnale di come le forze dell'ordine si siano preparate all'evento. Il curriculum dei capi di queste formazioni è di tutto rispetto. A Genova comandava, direttamente dalla zona Fiera, il generale Leso. Fondatore e capo in Bosnia e Kosovo delle Msu, Multinational Specialized Unit, la polizia internazionale finanziata dalla Nato, era anche a capo della seconda brigata mobile dell'arma, con lo scopo di addestrare e coordinare i reparti in missione di guerra. Tra i suoi uomini, parà Tuscania, teste di cuoio dei Gis e Ros. Con Leso ci sono Cappello, oggi maggiore, e Truglio: nel 1994 sono tutti insieme in Somalia e vengono citati nel memoriale Aloi fra «gli autori o persone informate delle violenze perpetrate contro la popolazione somala». L'inchiesta fu archiviata. Cappello, dopo Genova, viene mandato a comandare l'unità militare a Nassiriya (si salvò dalla strage perché in bagno) e ad addestrare la nuova polizia irachena (pare grazie ai video del G8). A Genova c'erano i capi delle missioni italiane all'estero, ma tutto questo per i pm non ha contato. Ha contato invece l'assalto mediatico del funzionario di polizia che accompagnava i militari italiani, Adriano Lauro.

Il dirigente e i sassi: Adriano Lauro era il responsabile dell'ordine pubblico in piazza Alimonda, oggi dirige il commissariato romano dell'Esquilino. E' lui a conquistarsi la scena in piazza Alimonda quando, rincorrendo un manifestante, gli urla «bastardo, l'hai ucciso tu con il tuo sasso». E i sassi, nelle sue deposizioni in aula, appaiono e scompaiono al fianco del corpo di Carlo Giuliani, e tra le sue mani. Il dirigente infatti è beccato a lanciare sassi ai manifestanti e sarà richiamato in aula a riconoscere quello che appare insanguinato accanto al corpo di Carlo (con la ferita a stella sulla fronte), salvo poi scomparire di nuovo. E ricorda gli attimi immediatamente successivi: «Si avvicina un poliziotto e mi dice che c'è un giornalista che ha raccolto un bossolo. Io dico "come un bossolo? Fammelo vedere". L'ho preso e ho chiesto dove l'ha trovato. "Vicino al cadavere", mi risponde. Ho avuto un'altra mazzata psicologica e ho pensato che non fosse stato un sasso. Avevo ancora dei dubbi. Penso di aver richiamato Massucci e di avergli detto "mi sa che non era un sasso, potrebbe essere stato un colpo, gli ho detto"».

Gaggiano e gli imbuti: La madre di tutti i disastri genovesi, prima dell'omicidio di Carlo Giuliani, è però la carica al corteo autorizzato di via Tolemaide. I carabinieri, per i pm, non sono responsabili di niente, d'altronde «è stato scelto dai manifestanti di scendere giù, ovvero non sono state le forze dell'ordine a far passare il corteo in via Tolemaide per poterlo aggredire», ha specificato Canciani in udienza. Angelo Gaggiano si presenta sul banco dei testimoni a Genova, dopo aver rilasciato dichiarazioni alla stampa nelle quali si era preso ogni responsabilità per la carica. Immagini e audio dimostrano il contrario. La deposizione di Gaggiano, goffa e macchiettistica, colma di dimenticanze e confusione, sfuma sulle sue comunicazioni radio, preannunciate dal grido che giunge dal centro di controllo della polizia: «No! Porco Giuda, hanno caricato le tute bianche!». Gaggiano spende minuti concitati a chiedere ai carabinieri di rientrare, di ritirarsi per lasciare il corteo. Parla di «imbuti», «qui non ci muoviamo più», continua a ripeterlo via radio, ma in udienza omette molto. L'attendibilità della testimonianza di Gaggiano, oggi in pensione, viene infine minata da un sordido retroscena: una condanna per ricettazione di mobili rubati, insieme a un magistrato.

Le spranghe di ordinanza: Il capitano Antonio Bruno è a capo dei carabinieri che, accompagnati dal funzionario di polizia Mondelli, caricano il corteo delle tute bianche. La sua deposizione, coadiuvata da immagini e fotografie, dimostra due cose. In primo luogo che la carica fu arbitraria e ingiustificata: i carabinieri partono all'attacco del corteo senza aver subito quel lancio di oggetti, come ha sostenuto in aula il funzionario ps Mondelli; si girano prima a sinistra caricando fotografi e giornalisti (si sente uno di loro urlare «aò so della Rai»), poi a destra, imboccando via Tolemaide e affrontando con grande veemenza gli scudi di plexiglass delle tute bianche. In secondo luogo le immagini hanno permesso di chiarire che, durante la carica, i carabinieri anziché usare i tonfa di ordinanza fecero uso di mazze di ferro. Nel novembre 2004 le udienze su via Tolemaide e la caccia all'uomo delle forze dell'ordine non sembravano più in dubbio per nessuno, così come le reticenze di molti testimoni. Tranne per i pm.

Gli esperti di ordine pubblico: A sorreggere l'ipotesi difensiva - forze dell'ordine in bambola, impreparate e in mano ai picchiatori - è giunta a Genova anche la professoressa Donatella Della Porta, esperta di ordine pubblico e movimenti. Una presenza sgradita ai pm, tanto che Canciani ha minimizzato: «La consulenza tecnica della difesa era un'attività che poteva fare chiunque». Della Porta inquadra il problema: i reparti dovrebbero caricare solo quando sono messi a repentaglio «gli stessi manifestanti». Invece a Genova l'intervento coercitivo ha avuto la meglio, con l'utilizzo di «strumenti che gli stessi funzionari di polizia avevano considerato nelle nostre interviste come pericolosi per una escalation: i lacrimogeni e l'uso dei blindati come strumenti di carica, una cosa che si vedeva negli anni '60 e che aveva fatto morti nei '70». 1 - continuaLe giornate del G8 rilette attraverso le testimonianze del processo ai 25 manifestanti. Tra citazioni «belliche», reparti speciali dei cc creati ad hoc, addestrati e comandati da gente abituata alla Bosnia e al Kosovo

1 - continua

Anarchici di Spoleto, sotto l'inchiesta niente

Il blitz dei Ros Guidati dal generale Ganzer, avrebbero sgominato una cellula pronta alla «guerra ecologista». Ma contro gli arrestati qualche scritta sui muri e poco altro. E loro si dicono innocenti

«Sono anarchico, ma innocente». Ha risposto così Michele Fabiani al primo interrogatorio che lo vede come imputato nelle indagini della Procura di Perugia su una presunta cellula anarco-insurrezionalista. Inchiesta che coinvolge anche altre quattro persone - tutte sui vent'anni come Fabiani, considerato il leader del gruppo, tranne un quarantaduenne - e che è stata presentata la scorsa settimana in pompa magna in una conferenza stampa a cui era presente anche il capo dei Ros, Bruno Ganzer, dopo un'operazione spettacolare per la cittadina umbra. Gli inquirenti, d'altronde, avrebbero messo le mani sulle persone che in agosto inviarono una busta con dei proiettili al governatore della regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti. Ma, sbollita l'eccitazione iniziale, pare che a carico dei cinque ragazzi ci sia veramente poco. A partire dai fatti contestati. Tranne l'accusa di aver inviato quella busta le altre imputazioni riguardano: alcune scritte sui muri, il tentato incendio di una centralina elettrica nel cantiere per la costruzione di un palazzo a ridosso delle mura antiche di Spoleto, ribattezzato «ecomostro» e oggetto persino di un recente servizio del programma Le Iene, più altri due attacchi contro delle ruspe di altrettanti cantieri. Intanto, però, rimangono tutti e cinque in carcere con l'accusa di «associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico» e fino a ieri non hanno potuto conferire con i loro legali. All' interrogatorio di garanzia che si è svolto nel carcere di Perugia si sono dichiarati tutti innocenti. Michele Fabiani - definito da chi lo conosce «militante infaticabile» e figlio di un noto consigliere comunale della città di recente uscito da Rifondazione e membro del locale «coordinamento per l'unità dei comunisti» - è certamente un personaggio eclettico. Tra le sue molteplici attività politiche anche il dossier curato per l'«Associazione vittime armi elettroniche mentali», fondata da Paolo Dorigo - l'uomo vittima di un'incredibile vicenda giudiziaria (12 anni per una bottiglia incendiaria) e convinto che qualcuno gli abbia impiantato un microchip nel cervello. Fabiani, difeso anche dal legale di Dorigo Vittorio Trupiano, ha ammesso di essere stato autore di alcune scritte sui muri di Spoleto. Ma per il resto ha spiegato di non aver preso parte a nessun tipo di associazione, e di non appartenere alla Federazione anarchica informale - a cui vengono attribuiti diversi attentati incendiari in tutta Italia - cosa che invece è contestata al gruppo: si firmerebbero Coop-Fai e si riunirebbero nei boschi, dove avrebbero cominciato a immaginare un «salto di qualità». Ma nelle intercettazioni solo una volta si parla di Fai, riferendosi però a una cena della Federazione anarchica italiana. E per quanto riguarda i boschi, si farebbe riferimento esclusivamente alla «boscaglia» che a volte viene nominata in alcuni volantini e in alcuni forum internet come «sede naturale della guerriglia». Eppure sembra che soltanto su «analogie semantico contenutistiche» tra i volantini e le minacce inviate a Lorenzetti si baserebbe l'accusa più grave. «A nostro avviso si tratta niente più che di un sillogismo - dice uno dei difensori di Michele Fabiani, Carmelo Parente - a questo punto chiunque deve stare attento a come parla di Prodi o Berlusconi, perché potrebbe essere accusato di compiere eventuali azioni violente nei loro confronti».

Un indagato per la morte di Aldo Bianzino.

Sarebbe sospettata una guardia carceraria Il legale: «L'ho visto prima di morire, stava bene» Il legale: «L'ho visto prima di morire, stava bene» L'avvocato dell'uomo morto misteriosamente la scorsa settimana nel carcere di Perugia smentisce che il 44enne arrestato per possesso di marijuana possa aver avuto un infarto.


Una guardia carceraria sarebbe tra i sospettati della morte di Aldo Bianzino, e la prossima settimana potrebbero esserci altre novità. È dei giorni scorsi la notizia che gli accertamenti medici potrebbero durare anche due mesi, ma quelli che dovrebbero iniziare lunedì sono di natura particolare, e potrebbero portare a un'accelerazione nell'inchiesta. Si tratta di «accertamenti irripetibili» previsti dall'articolo 360 del codice di procedura penale, preziosi per stabilire un quadro clinico definitivo e che non escludono la possibilità che nei prossimi giorni si inizi a parlare di qualche indagato. E' forse proprio per l'importanza di questi nuovi test che a Perugia arriverà lunedì anche il medico legale Anna Aprile, docente all'università di Padova. Questo supplemento di indagine clinica non è la sola novità della giornata di ieri, caratterizzata anche dalle prime dichiarazioni ufficiali dall'inizio dell'indagine da parte del procuratore capo di Perugia, Nicola Mariano. Parole che invitano alla prudenza e che gettano acqua sul fuoco: «Allo stato delle indagini - chiarisce la nota diffusa nella mattinata - qualsiasi prospettazione di responsabilità a carico di personale della casa circondariale o di terzi è del tutto ingiustificata e intempestiva».In attesa degli esami di lunedì, gli elementi clinici dei primi accertamenti dipingono un quadro piuttosto inquietante. Rimane in piedi la prima diagnosi - in attesa di un secondo esame di conferma - che avrebbe individuato «lesività di natura traumatica», così come i risultati degli accertamenti autoptici di martedì scorso a cui, su richiesta di Massimo Zaganelli - avvocato della compagna di Aldo, Roberta Radici - aveva assistito come consulente di parte anche la dottoressa Laura Paglicci Reattelli. Responsi pure parziali, ma che - almeno per il momento - escluderebbero la possibilità, vista l'assenza di ematomi, che le lesioni interne siano legate a una caduta accidentale di Aldo, per esempio dal letto della sua cella. Non sarebbero da scartare invece altre due eventualità: uno sbatacchiamento del collo talmente forte da provocare emorragie interne, oppure addirittura la possibilità di lesioni causate da un'arma, usata in modo da non lasciare tracce esterne. Nel frattempo gli inquirenti stanno lavorando anche per ricostruire le ultime ore in vita di Bianzino, di cui non si sa ancora molto. Il quarantaquattrenne di origine piemontese era stato arrestato venerdì 19 ottobre in un paesino vicino a Città di Castello con l'accusa di detenzione di droga e portato, insieme alla sua compagna, nel carcere perugino di Capanne. Sabato mattina aveva incontrato l'avvocato assegnatogli d'ufficio che lo avrebbe trovato in buona salute, come in buona salute era al momento dell'arresto. Lo stesso avvocato, poi diventato testimone chiave per l'inchiesta sulla morte di Bianzino perché l'ultimo civile a vederlo in vita, almeno dalle ricostruzioni attuali. È comunque solo la mattina di domenica - 24 ore prima dell'incontro fissato con il Gip per la convalida dell'arresto - che Aldo viene trovato morto nella sua cella, dove si presume fosse da solo secondo il regolamento. Alle domande sul ritrovamento del cadavere potrebbe rispondere il registro dove i medici del penitenziario dovrebbero segnare qualsiasi visita, il cosiddetto «Modello 99», mentre rimane un mistero come sia trapelata in poche ore la notizia di un presunto infarto di Bianzino, prima ancora che il sostituto procuratore Giuseppe Petrazzini disponesse l'autopsia, poi effettuata dal dottor Lalli. Con il passare dei giorni, comunque, la storia di Aldo, nonostante sia stata quasi esclusivamente relegata alla cronaca locale, ha raccolto l'attenzione di istituzioni e società civile. Così all'interessamento diretto del sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi e dell'Osservatorio sulla Repressione del Prc con Haidi Giuliani, sono seguite due interrogazioni parlamentari. E grazie alla segnalazione dell'associazione Antigone, che si occupa di diritti e garanzie nel sistema penale, nei giorni scorsi anche il Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa ha deciso di seguire la vicenda.


Tiziana Guerrisi - Lettera22

27 ottobre 2007

Crotone. Migranti bloccano la 106: "Siamo prigionieri"

Un gruppo di migranti, circa sessanta di nazionalita’ etiope ed eritrea, sta bloccando da circa un’ora la strada statale 106, appena fuori l’abitato di Crotone, in localita’ Poggio Pudano. Il gruppo ha improvvisato un sit in sedendosi sulla carreggiata della statale ionica per protestare contro le condizioni di vita all’interno del Cpt Sant’anna di Isola Capo Rizzuto (Crotone) nel quale si trovano da circa 90 giorni. Dalla struttura, peraltro, non possono allontanarsi perche’ privi di documenti di identita’. Su alcuni cartelli issati si può leggere “siamo immigrati non prigionieri”, “rispettate i diritti umani”. Nel campo di Sant’Anna–dicono–non avrebbero cibo a sufficienza ne’ vestiti adeguati ad affrontare l’inverno.

LA STORIA SIAMO NOI: Un appello alla mobilitazione di tutti per il 17 novembre a Genova

"La storia siamo noi" non è uno slogan. E' un approccio preciso: da un lato la storia sociale, dall'altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi anni lo ha fatto con l'istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante della storia, ufficiosa o ufficiale che sia. E lo ha fatto pensando a Genova2001. Con ogni mezzo necessario. Dal 21 luglio 2001 in poi la giustizia e la politica hanno cominciato la revisione della storia che ognuno di noi ha vissuto sulla nostra pelle: coloro che si sono ribellati a una certa visione del mondo sono diventati terroristi; coloro che hanno seminato il panico nelle strade di Genova sono diventati i paladini dell'ordine e della giustizia. Per sei lunghi anni tutto questo è serpeggiato nelle aule di tribunale, mentre la nostra voce collettiva si affievoliva, con un processo di rimozione collettiva che ha fatto sì che in molti dimenticassero che Genova non è stata solo il terrore in divisa, ma anche e soprattutto la forza e l'energia di centinaia di migliaia di persone che almeno per pochi giorni hanno pensato cheil mondo potesse essere diverso da come ce lo hanno sempre raccontato e rappresentato. Per sei lunghi anni il teatrino delle corti penali si è sostituito alla presa di parola delle persone vive, nella convinzione che verità giuridica e realtà storica in qualche modo convergessero, nella speranza che in qualche modo tutto si sistemasse e non fossero in pochi a pagare la stizzosa vendetta del potere. Le requisitorie dei pm Anna Canepa e Andrea Canciani nel processo che vede 25 persone imputate per devastazione e saccheggio, hanno completato l'operazione direvisione della storia che è cominciata il giorno dopo le mobilitazioni controil g8 del 2001 e si sono concluse con la richiesta di 225 anni di carcere. Pensiamo che sia arrivato il momento di prendere di nuovo la parola, di gridare con forza che gli eventi del luglio 2001 appartengono a tutti noi, di mobilitarsi in massa e con intelligenza per fare si che 25 persone non paghino per qualcosa di cui siamo stati protagonisti tutti, nessuno escluso. Vogliamo rilanciare con forza la mobilitazione di massa del 17 novembre a Genova, e tutte le iniziative tese a riappropriarci della nostra memoria e del senso di quei giorni lontani sei anni ma ancora vivi in quello che hanno rappresentato. Vorremmo che tutti rilanciassero questo appello senza firme, senza identità, senza se e senza ma, perché Genova non è finita, è ancora qui, oggi, e riguarda tutti e tutti se ne devono fare carico, senza esclusioni. Per cominciare primo appuntamento a Genova: 17 novembre 2007. LA STORIA SIAMO NOI.

Pagherete Caro Pagherete Tutto!

Lo stato (portate un po di rispetto) ha chiesto un risacimento di 2,5 milioni di euro per danno all'immagine acarico dei 25 imputati accusati di devastazione durante il G8 di Genova. Insomma il mondo ci stava guardando e abbiamo fatto una bella figura di merda. Il conto, 100 mila euro a testa è stato presentato dall'avvocato dello Stato Ernesto de Napoli.
Ma allora, se proprio dobbiamo fare i conti, consultiamo alcune voci del tariffario ufficiale:

I finti alberi di limone piantati da Berlusconi per fare bella figura: 100 mila euro

Le finte molotov portate alla scuola Diaz, la macelleria messicana: 1 milione

Le chiazze di sangue impastato sui muri: 3 milioni

Le torture di Bolzaneto: 5 milioni (cui bisogna aggiungere la brillante carriera del medico torturatore: 8 milioni)

I carabinieri travestiti da blak blok: 10 milioni.

L'ex capo della polizia De Gennaro promosso da Prodi:50 milioni.

Le teste spaccate dei manifestanti a braccia alzate: 100 milioni

CARLO GIULIANI NON HA PREZZO, ma il poliziotto che gridava "l'avete ammazzato voi" quello si : 200 milioni.

Ridateci almeno questi , perchè il danno (non di immagine) fatto alla democrazia, quello non si può risarcire


corsivo di Luca Fazio su il manifesto 27.10.07

26 ottobre 2007

G8 Genova. Lo stato chiede 100 mila euro di danni per ogni manifestante

Continua la vicenda paradossale dei 25 imputati di «devastazione e sacchegio» per i fatti del G8 di Genova. Lo stato italiano ha chiesto un risarcimento complessivo di 2,6 milioni di euro, di cui 2,5 milioni per danni non patrimoniali e 115mila euro per danni patrimoniali, nell’ambito del processo per le violenze di strada avvenute nel corso del G8 del 2001 a Genova. Per quanto riguarda il danno all’immagine, l’avvocato dello stato Ernesto De Napoli ha chiesto 2,5 milioni di euro pari a circa 100mila euro per ciascun manifestante. In caso di assoluzione dalle accuse di devastazione e saccheggio ma di condanna per resistenza o violenza a pubblico ufficiale, De Napoli ha chiesto 30 mila euro di risarcimento a carico di ciascun manifestante. Oltre ai danni non patrimoniali, l’avvocatura dello Stato ha chiesto anche 115mila euro di risarcimento (da 1.000 a 83 mila euro a seconda degli imputati) per danni patrimoniali arrecati alla beni appartenenti alla Pubblica Amministrazione. La cifra piu’ ingente, 83mila euro, e’ stata avanzata nei confronti di Marina Cugnaschi, Vincenzo Vecchi e Alberto Funaro chiamati a risarcire in solido i danni arrecati al carcere di Marassi e ad altre strutture.

Il vento dell'impunità non soffi a Perugia

Se la magistratura ci confermerà che Aldo Bianzino è stato pestato a morte da alcuni agenti di polizia penitenziaria del carcere di Perugia, non vengano a dirci che si trattava di mele marce. Semplicemente, i segnali sono stati interpretati. Non dalle singole mele ma dal sistema tutto. E i segnali mandati negli anni hanno detto che il carcere è un mondo a parte, che è chiuso, oscuro, non trasparente, che i diritti umani, lì dentro più che fuori, sono carta straccia, che le leggi penitenziarie possono venir non rispettate dallo Stato, che il reato di tortura può non essere introdotto nel nostro codice anche se le convenzioni internazionali lo richiedono, che si può arrivare ad ammazzare senza che il mondo di fuori se ne accorga più di tanto e senza che le inchieste facciano la loro. Potrebbe partire da Aldo Bianzino una controtendenza. Il sottosegretario Luigi Manconi ha dichiarato che non ci saranno coperture di eventuali responsabili e che l'inchiesta amministrativa è già in corso. Una affermazione meritoria che non avevamo sentito quando sono successi i fatti di Bolzaneto, le violenze di massa nel carcere San Sebastiano a Sassari, la morte di Federico Aldrovandi a Ferrara. L'istituzione statale dovrebbe sempre farsi riconoscere quale un complice di cui fidarsi piuttosto che un nemico da cui difendersi. Affinché ciò possa accadere, la lealtà nel fornire informazioni è la prima cosa da assicurare ai parenti, agli amici, alla stampa, alla società civile. È inconcepibile che di fronte a una morte avvenuta in circostanze tanto dubbie e tragiche un direttore di carcere possa negarsi al telefono o far finta di nulla. È inconcepibile che l'istituzione stessa non provi il desiderio di aprire porte e finestre per tutelare se stessa, la giustizia e la verità. Lo spirito di corpo ha prodotto nefandezze e coperto violenze. Lo spirito di corpo, padre ignobile della teoria delle mele marce, non ha alcuna valenza positiva. Va contrastato con ogni strumento politico e culturale. Ci sono ancora carceri in giro per l'Italia dove la violenza è praticata. Ce ne sono altre - poche - dove è bandita. Ma nella grande maggioranza essa è sopportata proprio nel nome dello spirito di corpo. Chi predica la tolleranza zero sappia che inevitabilmente la violenza carceraria sarà uno dei modi in cui verrà messa in atto. Nei giorni scorsi il Senato francese ha votato la legge istitutiva di un'autorità indipendente di controllo dei luoghi di detenzione. La sinistra socialista e comunista si è astenuta condividendo il progetto ma ritenendo ci volesse un provvedimento ancora più incisivo a tutela delle persone detenute. «I diritti umani non sono né di destra né di sinistra», ha detto nei giorni scorsi Rachida Dati, ministro della Giustizia francese, commentando entusiasticamente l'approvazione della legge. In Italia, invece, per i sindaci del Partito Democratico, a non essere né di destra né di sinistra è la loro tanto ambita patinata sicurezza.

Patrizio Gonnella
Presidente di Antigone

Processateci tutti. Il 17 novembre di nuovo a Genova

Per non criminalizzare un intero movimento, per chiedere verità e giustizia sui giorni del G8, per il diritto di manifestare. E di difendersi
Contro la criminalizzazione del movimento, contro la richiesta di oltre due secoli di carcere fatta dalla procura di Genova per il processo dei 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio al G8, per ribadire la libertà di manifestare. Dalla Comunità di San Benedetto e i centri sociali liguri e del nord-est parte un nuovo appello: tutti a Genova per il 17 novembre. Tutti si traduce in quelli che c'erano nel 2001 ma anche quelli che vogliono ribadire che stare in piazza è sintomo di democrazia.La scelta della procura al processo per i 25, con la richiesta di pene tra i 6 e i 16 anni espressa l'altro ieri in tribunale, brucia. E allora si vuole tornare in piazza prima che sia troppo tardi, quindi prima delle sentenza di primo grado prevista per dicembre o gennaio.«Di 300 mila persone hanno preso 25 come capro espiatorio - dice Luca Casarini - questo è un processo politico contro i movimenti, quelli presenti e anche quelli futuri. Qui si processa, s'incarcera per impedire il dissenso sociale. Questo non è un tribunale di giustizia ma di potere che dice a chi va in piazza che rischia queste pene - aggiunge chi allora rappresentava le Tute bianche e oggi rifiuta qualsiasi etichetta e dice di parlare come singolo - È una lucida strategia terrorizzante. A questo punto i terroristi sono i pm». Gli fa eco don Andrea Gallo, fondatore della Comunità di San Benedetto: «Il virus del fascismo è in libera uscita. Noi vecchi partigiani per queste cose abbiamo come delle antenne. Qui nasce il partito unico del conformismo dominante. E allora io davanti a pene che mi sembrano esemplari, mi denuncio, mi sento moralmente e fisicamente corresponsabile di quegli imputati. Dico, venite e prendete anche me. Perché in quei giorni è saltata la legalità - dice sfogliando gli appunti che aveva preso il giorno del funerale di Carlo Giuliani - ci sono stati episodi di squadrismo e infatti il G8 si è concluso con la tortura».Si torna dunque con la memoria a quelle giornate del 2001, alla sospensione dello stato di diritto, alle decine di persone prese a manganellate in cortei pacifici e anche al Carlini, «quando un corteo di 20 mila persone autorizzato è stato attaccato dai carabinieri - dice Matteo Jade dello Zapata - il rischio era morire in piazza e infatti il morto c'è stato. E allora vogliamo rivendicare che scendere in piazza è legittimo e che difendersi se attaccati da blindati è necessario». Non è un episodio tirato fuori a caso. Una parte degli imputati sono legati alle cariche di Tolemaide, erano in corso Gastaldi e poi a piazza Alimonda intorno al Defender. L'appello per la manifestazione del 17 novembre parte da un documento diffuso sabato scorso «Noi quelli di via Tolemaide», lanciato alla Comunità di san Benedetto in occasione di un incontro con le Madri di plaza de Majo, come ha ricordato Domenico «Megu» Chionetti di Terra di Nessuno, che sottolinea che sul G8 «è in gioco la verità storica di quelle giornate eppure non è ancora chiaro chi era alla catena di comando in via Tolemaide». Insomma come ha detto don Gallo «il caso non è chiuso».


Aldo Bianzino, ucciso in carcere

Chi ha ammazzato Bianzino non voleva lasciare segni sul corpo. Arrestato per marijuana, l'uomo è morto in una cella d'isolamento del carcere di Perugia. La procura indaga per omicidio volontario.

Aldo Bianzino, trovato morto dieci giorni fa nella cella di un carcere di Perugia, è stato ucciso. Ed è stato ucciso senza lasciar tracce esterne sul corpo. L'ipotesi a cui sta dunque lavorando la procura di Perugia è quella dell'omicidio, mentre sta vagliando la possibilità che le lesioni interne riscontrate dagli esami autoptici possano essere dovute all'atto volontario di persone al momento non identificate. Ignoti, che colpirono in modo da non lasciare segni esterni. In due parole: omicidio volontario. Particolari sempre più inquietanti emergono nel caso del quarataquattrenne piemontese che da anni viveva pacificamente nel suo casale della campagna umbra con la famiglia e che venerdì 12 ottobre fu arrestato con la compagna per possesso di piante di canapa. E dopo oltre dieci giorni dalla sua morte, rimasta confinata in prima lettura nella casistica delle «morti naturali» e approdata soltanto nelle cronache delle edizioni locali, la vicenda sta diventando un caso nazionale già oggetto di due interrogazioni parlamentari, dell'interessamento diretto del sottosegretario alla giustizia Manconi e dell'osservatorio sulla repressione del Prc che fa capo a Haidi Giuliani.Tra gli amici di Aldo, che fin dal primo momento avevano avanzato più di un sospetto sulla morte di un ragazzo che non aveva niente a che fare con giri di mala e spaccio e che tutt'al più si fumava qualche spinello, la sensazione che finalmente la procura abbia imboccato la via giusta è rafforzata dalle assicurazioni che il sostituto procuratore Giuseppe Petrazzini, che si occupa dal caso, ha dato personalmente alla famiglia: «Sarebbe mostruoso pensare che io possa coprire qualcuno», ha detto alla compagna di Aldo, Roberta Radici, e al figlio Rudra, accompagnati ieri dall'avvocato Massimo Zaganelli in procura. «La giustizia farà il suo corso». A questo punto non potrebbe fare altrimenti dopo che i risultati di una prolungata autopsia, che ancora non si è conclusa, avrebbero evidenziato lesioni profonde nella regione cerebrale che però non corrispondono a nessun segno sul corpo di Aldo. A sorpresa ieri mattina, Zaganelli ha fatto assistere alle prove autoptiche anche una consulente legale di parte, la dottoressa Laura Paglicci Reattelli, una donna di lunga esperienza (che si occupò del riconoscimento del corpo dell'estremista di destra Nardi). E il responso, non ancora definitivo, conduce a due ipotesi scartandone ampiamente una. Quella scartata riguarda la possibilità che le lesioni interne siano dovute e una caduta accidentale (dal lettino della cella ad esempio): ci sarebbe infatti un ematoma che però non c'è. Le due ipotesi possibili, entrambe riconducibili a un atto violento contro il corpo di Aldo, potrebbero invece ricondurre o a un violento sbatacchiamento del collo che ha prodotto emorragie interne o a lesioni alla materia cerebrale causate con un'arma impropria, utilizzata in modo da non far percepire i colpi (spranghe ricoperte da stracci bagnati ad esempio). Una sorta di «codice rosso» utilizzato per punire Aldo cercando poi di avvalorare la tesi del decesso per cause cardiache, come infatti era emerso in un primo tempo. Ipotesi inquietanti e che rimandano a responsabilità, individuali o collettive, che la magistratura dovrà chiarire. Come che sia, l'ombra che grava sulla prigione perugina di Capanne, anche solo per omessa sorveglianza, si allunga a vista d'occhio. Resa più oscura da almeno due elementi. Il primo è che, come ancora ieri ha confermato la magistratura umbra, Aldo in cella era solo, come richiede il regolamento. Il secondo è che Aldo fu visto in buona salute, non solo dall'avvocato d'ufficio che lo incontrò nel primo pomeriggio di sabato, il giorno prima del decesso, ma anche da altri funzionari dei servizi sociali carcerari, come ieri si è saputo. Il dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria per ora mantiene il silenzio assoluto sulla vicenda ma una risposta è attesa dal ministero della giustizia dopo le due interrogazioni depositate in Senato: quella del senatore Mauro Bulgarelli e quella presentata dai parlamentari Giovanni Russo Spena, Haidi Giuliani ed Erminia Emprin Gilardini nella quale, oltre a ben quattro commozioni cerebrali, si citano lesioni al fegato e due costole rotte. I senatori chiedono a Mastella quali «procedure urgenti» il ministro intenda avviare per «fare completa chiarezza sulla vicenda». Una vicenda dai contorni ancora tutti da chiarire e che richiederà tempo. Ciò significa inoltre che il corpo di Aldo non potrà essere restituito agli amici e soprattutto a Roberta e ai tre figli, dei quali Rudra è il minore. Un ragazzo solo quattordicenne dai «tratti nobili e belli e di una grande compostezza e serenità», come lo ha definito ieri l'avvocato di famiglia dopo l'incontro in procura col magistrato.

Emanuele Giordana
Lettera22

25 ottobre 2007

Lettera aperta ai pm Andrea Canciani e Anna Canepa

Egregio Dr. Canciani, Egregia Dr.sa Canepa,
non sono d’accordo con la vostra lettura dei fatti di Genova. Questa frase voglio specificarla: non ho detto semplicemente che non concordo con le pene chieste per i manifestanti imputati per il G8 genovese, ma che dissento dall’impianto complessivo della vostra ricostruzione.
Ho letto che auspicate uguale severità per le forze dell’ordine coinvolte nella "macelleria messicana" della Diaz o nelle sevizie di Bolzaneto. Alcuni, probabilmente, vi accuseranno di cerchiobottismo; personalmente ritengo sincero il vostro auspicio, ma lo inquadro in modo persino più negativo. Tendo a riconoscere a chiunque, in prima valutazione, la buonafede; a voi la riconosco non solo per principio, ma per sincera convinzione. Siete uomini di legge, quella è la vostra bussola, e vorreste vederla applicata con rigore e inflessibilità, nei fatti di piazza come alla Diaz. Ma è una bussola strabica, e comunque insufficiente.
Io, vi confesso, non credo alla giustizia divina, ma soprattutto non credo che quella umana ne sia un surrogato. Questa giustizia terrena che rincorre codici e cavilli la vedo più come una meccanica razionale che vuole ingabbiare i comportamenti umani secondo schemi che prescindono la complessità delle situazioni. Dr. Canciani, Dr.sa Canepa, voi state cercando di misurare Genova con un metro inadatto allo scopo, di contare le colpe col pallottoliere. La vostra colpa non sta tanto nell’aver usato quei mezzi (sono i soli che avete a disposizione) quanto nel non saperne o volerne vedere l’inadeguatezza.
Accantoniamo per un momento le prescrizioni incombenti per i rappresentanti delle forze dell’ordine negli altri processi, nonché la sproporzione fra le pene richieste per i manifestanti e quelle ipotizzabili per agenti e funzionari. Si tratta di questioni fondamentali e da non dimenticare, ma rischiano di farmi usare lo stesso metro e lo stesso pallottoliere. Questi aspetti dovrebbero far riflettere più voi che me, ma non è il punto su cui voglio soffermarmi.
Da qualche parte ho letto che bisogna andarci cauti nell’attaccare la procura genovese, perché sulla Diaz o su Bolzaneto avrebbe lavorato bene, fra mille difficoltà. Ebbene, a me di difendere o attaccare la procura di Genova non interessa nulla: io voglio spostare la prospettiva con cui si dovrebbe guardare ai fatti del luglio 2001. E lanciare un allarme: non deleghiamo la ricostruzione della verità alla sola dimensione processuale. Si rischia la deriva pericolosissima di banalizzare il dibattito in termini calcistici: col processo ai 25 manifestanti si segna l’uno a zero "per gli agenti", con quello sulla Diaz potrebbero pareggiare "gli imputati", poi sarà Bolzaneto a far pendere le sorti dell’incontro da una parte o dall’altra.
Non ci sto, questa logica mi è aliena (oltre a ricordarmi tristemente l’esultanza di quella poliziotta che inneggiava in modo analogo alla notizia della morte di Carlo). A Genova abbiamo visto "la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale". Questo fu il giudizio di Amnesty International, ed è un dato di partenza (e non di arrivo) per chiunque voglia affrontare i fatti del G8 2001.
Dr. Canciani, Dr.sa Canepa, ho visto troppi imputati giocare alle tre scimmiette nel processo su Bolzaneto. Non hanno visto, non hanno sentito, sicuramente non parlano. E quel che hanno visto o sentito l’hanno ritenuto "normale". Sulla Diaz molti imputati, dall’alto delle loro poltrone (inattaccate o addirittura rese più elevate e confortevoli in questi anni) hanno addirittura snobbato il processo. I fatti di Genova sono stati banalizzati, riconducendoli a logiche di violenze contrapposte: da un lato i manifestanti che "devastano e saccheggiano", dall’altro gli "eccessi" delle forze dell’ordine. A questa logica vi siete conformati, ma la verità su Genova non verrà data dal pallottoliere che conterà i cattivi dividendoli in due squadre e facendo la conta. Così si potrà dare soddisfazione a quella giustizia meccanica che chiuderà le sue pratiche con un’equità ipocrita, totalmente avulsa dalla ricostruzione della verità. Forse a voi basta, a me sicuramente no.
Francesco "baro" Barilli

Milano: Presidio contro le nuove politiche repressive

Domani (26 ottobre) a Milano si svolgerà un presidio davanti al tribunale e un’assemblea pubblica in solidarietà agli arrestati per gli scontri in via Buenos Aires, seguiti alla manifestazione antifascista dell’11 marzo 2006. Come per i processi di Genova, il reato contestato è devastazione e con l’aggravante del “concorso morale”, che ha consentito la condanna in primo grado a quattro anni di carcere per 18 persone, senza che siano stati loro contestati episodi specifici. Per seguire le varie fasi processuali è nata qualche mese fa “Libereribelli”, sigla riunisce alcuni imputati e compagni milanesi che promuovono l’assemblea di domani. L’incontro partirà dagli arresti di Corso Buones Aires per arrivare ad una riflessione più generale sulle nuove politiche repressive. Interverranno gli avvocati, gli imputati, le realtà di movimento, i comitati di genitori, ma anche le persone coinvolte in alti procedimenti come quello del “Sud Ribelle”. L’assemblea si svolgerà alle 21 presso il Barrio’s in via Barona 51 a Milano, mentre alle 9 l’appuntamento è davanti al tribunale di Milano per l’udienza in cui si raccoglieranno le dichiarazioni della difesa.

Torino: Processo agli antifascisti per i fatti di via Po del 18 giugno 2005

Martedì 30 ottobre 2007 si svolgerà al tribunale di Torino una nuova udienza (forse quella conclusiva) per i fatti di via Po del 18 giugno 2005. Quel giorno si svolse a Torino una grande manifestazione in solidarietà con due occupanti del Barocchio che erano stati accoltellati da alcuni nazifascisti. La manifestazione di piazza diede luogo a cariche da parte delle forze dell’ordine, cui i giovani antifascisti opposero resistenza. L’esito fu l’arresto con detenzione in carcere di un gruppo di persone, per lo più giovani, cui venne contestato il reato di devastazione e saccheggio. Si tratta di un’imputazione gravissima, che prevede pene detentive fino a 15 anni. Essa è stata assurdamente applicata anche per i fatti di Milano dell’11 marzo 2006, e il processo di primo grado si è concluso con 18 condanne a 4 anni; ora di quel processo è in corso l’appello, che si concluderà l’8 novembre prossimo. Per gli antifascisti torinesi al periodo iniziale di carcerazione seguirono mesi di arresti domiciliari e misure cautelari. Oggi gli imputati sono in libertà, ma il processo sta avendo il suo corso e l’imputazione continua a gravare su di loro. Come familiari e amici vorremmo ribadire che gli episodi e le forme di resistenza contestate furono parte di una manifestazione politica, furono l’espressione urlata di idee e valori a cui tutti noi, cittadine e cittadini democratici, continuiamo a fare riferimento. Chi di noi non ricorda manifestazioni politiche di piazza in cui i diritti, valori e domanda di democrazia non fossero urlati ed espressi in linguaggi ed atteggiamenti che le istituzioni hanno sempre fatto fatica a riconoscere come proprie? L’imputazione di devastazione e saccheggio è di una tale sproporzione rispetto ai fatti che ci induce sollecitare una riflessione, da parte di tutti, sul significato della parola giustizia e sulle derive che portano alla punizione come repressione di idee. Nei mesi scorsi moltissimi hanno risposto al nostro appello per una giusta sentenza sui fatti di giugno 2005: anche uomini e donne delle istituzioni, della politica, della cultura, del sindacato, della scuola. Vogliamo continuare a credere nell’antifascimo, che non è solo un bel retaggio di storia italiana, ma un principio vivo e attuale. Di volta in volta l’antifascismo assume il volto di coloro che liberarono l’Italia dal regime nazifascista, di coloro che oggi lottano contro il razzismo, la xenofobia, le discriminazioni, le guerre; che lottano per il lavoro, per la pace, per la dignità della vita, per il futuro dei nostri figli. Di generazione in generazione, il testimone dell’antifascismo passa in mano ai più giovani, i quali lo portano avanti con orgoglio e con rabbia, una rabbia forse difficile da gestire ma che bisogna provare a comprendere. Non lasciamoli soli!

Udienza del processo per i fatti di via Po del 18 giugno 2005
appuntamento martedì 30 ottobre 2007 dalle 9,00
davanti al Tribunale di Torino
(c. Vittorio Emanuele 130)

Comitato antifascista 18 giugno
Per contatti: sangyc@libero.it 3332851980

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