30 settembre 2007

Cagliari: Il tribunale di Cagliari assolve un giovane trovato con due piante di Marijuana

Coltivare un paio di piantine di marijuana nel terrazzo della propria casa non è reato. Ma solo se si dimostra che la piantagione serve a soddisfare le esigenze personali di consumo. Il Tribunale di Cagliari questa mattina ha assolto un giovane denunciato dai carabinieri lo scorso agosto perchè nella sua abitazione erano state trovate due piante di marijuana. L'imputato, giudicato col rito abbreviato, è stato assolto perché il fatto non sussiste. Le motivazioni si conosceranno fra trenta giorni, ma è probabile che il giudice abbia accolto le argomentazioni del suo difensore, l'avvocato Giovanni Battista Gallus, che ha richiamato una decisione della Cassazione dello scorso maggio e una, di analogo contenuto, del Gup di Cagliari, risalente a giugno. Il 10 maggio la VI Sezione Penale della Suprema Corte aveva annullato la decisione della Corte d'Appello di Roma, confermativa di quella di un tribunale locale, che aveva condannato un giovane per aver coltivato nel proprio fondo cinque piante di marijuana. La Cassazione aveva assolto il ragazzo perché il fatto non sussisteva, individuando una netta differenza tra la coltivazione in senso tecnico e la detenzione per uso personale. La coltivazione presuppone infatti la disponibilità di un terreno, oltre a una serie di attività, che vanno dalla preparazione della terra alla semina, dal controllo delle piante alla creazione di magazzini per la custodia del prodotto. La cosiddetta coltivazione "domestica" di poche piantine non poteva essere compresa all'interno del concetto tecnico-giuridico. La piantagione casalinga era stata equiparata dalla Suprema Corte alla detenzione per uso personale, ragione per cui la condanna del giovane romano era stata annullata senza rinvio, mettendo fine alla vicenda. Insomma, di volta in volta, sarebbe toccato al giudice valutare se una coltivazione rientrasse nel concetto di piantagione illecita oppure no. E il tribunale di Cagliari ha sentenziato: la coltivazione di quel ragazzo, due piantine in totale, è lecita, perché la droga è destinata solo a lui.

29 settembre 2007

Dire No al razzismo, all'intolleranza e al fascismo

C'è bisogno di dare una risposta politica forte e chiara alla follia securitaria

L’ondata di violenza e di legittimazione della violenza in atto nel paese “per dare sicurezza ai cittadini” e per spiegare le aggressioni organizzate da gruppi xenofobi, razzisti e fascisti contro migranti, rom, omosessuali, giovani di sinistra e centri sociali ci preoccupa moltissimo.
Le destre usano demagogicamente la sicurezza sovrapponendola a quella delle politiche migratorie e dei diritti civili. Nell’ultimo mese i provvedimenti messi in atto da sindaci e amministratori di importanti città italiane e politici legati al costituente Partito democratico hanno cercato di imitarle. Telecamere, braccialetti elettronici, cancelli e porte blindate, poliziotti di quartiere e spray al peperoncino, ronde, deportazioni, sgomberi dei campi per nomadi, parole ossessivamente ripetute, divenute alfabeto della nostra inquietudine quotidiana. Basti pensare al dibattito sull’indulto che ha alimentato la percezione dell’insicurezza favorendo lo slittamento dalle politiche sociali a penali, basta pensare che nell’Italia delle mafie l’allarme lavavetri mette più angoscia a giornalisti e politici. Il sociologo Pierre Bordieu amava dire che “la precarietà è ovunque”, ovvero è un sistema che si tiene insieme, destruttura il mercato del lavoro e i diritti del welfare.
La dottrina della guerra ai poveri, ma anche ai giovani, magari graffitari o occupanti, chiude gli spazi pubblici: piazze e giardini recintati, polizie locali, private, città assediate in regime di coprifuoco notturno. Questo accade perchè le città devono essere solo un enorme rete produttiva in cui il ciclo valorizzazione e dismissione ha un ritmo temporale velocissimo.
Noi pensiamo che la destra è funzionale al modello delle città del capitale. La destra agisce promuovendo maschilismo e violenza: povertà, miseria, si mescolano a xenofobe e omofobia sono debolezze da basso impero intollerabili per l’uomo italico. Questo il “declino da aggredire” scrivono i giovani di alleanza nazionale, in cerca di una identità in trasformazione negli ultimi anni. Ma a destra dei giovani alleati nazionali crescono nelle scuole associazioni, gruppi, blocchi in rete tra loro che fanno della violenza contro ogni diversità o diversa abilità la ragione politica della loro esistenza. Una politica del “bullismo”, esibita nei video girati coi telefonini e mostrata in internet con concerti ballati a cinghiate. A questo si aggiunge il controllo del territorio attraverso gruppi paramilitari e bande di mafiosetti di quartiere che vivono delle briciole dei grandi traffici.
La loro battaglia per il controllo incontra resistenze, luoghi di socialità non coatta che funziona come un contropotere alla valorizzazione capitalista del territorio. E allora lo spirito paramilitare prende il sopravvento e le aggressioni diventano pane quotidiano per i gruppi neofascisti.
C’è bisogno di dare una risposta politica forte e chiara alla follia securitaria.
Questo fine settimana a Pavia, Napoli e Roma ci saranno importanti manifestazioni per dire no al razzismo, all’intolleranza, al fascismo che dovranno riversarsi nella manifestazione nazionale del 20 ottobre a Rome. Rifondazione Comunista parteciperà perchè la vera emergenza è la violenza nei confronti di una parte dei cittadini che vivono una condizione di insicurezza: immigrati, gay e lesbiche, giovani, donne, lavavetri. La sicurezza delle nostre città dipende dalle condizioni sociali, economiche e culturali dei cittadini. La sinistra ha la responsabilità della lotta alla cultura maschilista e violenta che il sicuritarismo cova nelle viscere del populismo autoritario.


Michele De Palmasegreteria nazionale, resp. Area Movimenti Prc/Se
Italo Di Sabatoresp. Naz.le osservatorio sulla repressione Prc/Se

28 settembre 2007

Rimini: Andavano ad assaltare il Paz. Arrestati 11 di Forza Nuova

Concorso in tentato incendio e tentato sequestro di persona, aggravato dal numero delle persone che vi hanno preso parte, dall'aver determinato a commettere i reati anche minori, dall'aver agito con finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine democratico. Con queste accuse sono stati arrestati a Rimini undici militanti del movimento di estrema destra Forza Nuova. Sono indagati anche due minori. Secondo gli inquirenti il gruppo stava progettando un'irruzione all'interno del Laboratorio occupato Paz di Rimini, con l'intenzione di sequestrare temporaneamente l'unico giovane dell'area antagonista presente stabilmente nella struttura di via Montevecchio, e di danneggiare poi internamente l'edificio con liquido infiammabile. L'assalto sarebbe stato deciso in riunione notturna nell'abitazione del responsabile provinciale di Forza Nuova, Cesare Bonetti, 33 anni, residente a Rimini, che è tra i fermati. Il gruppo è stato bloccato mentre stava andando a bordo delle auto a compiere l'incursione. Immediata è arrivata la risposta del Laboratorio Paz: «Si fa tanto parlare di sicurezza, legalità e ordine pubblico, ma non ci si preoccupa di quello che queste parole generano fra la gente, l'odio e le intolleranze che stimolano. Cosa avrebbero fatto questi fascisti se arrivavano al Paz nella notte di lunedì? Cosa avrebbero fatto alla persona che ha trovato una dimora e accoglienza presso la nostra struttura? Rimini appare oggi una città senza memoria, se questi fatti fossero accaduti in altri luoghi, quelli della politica ufficiale, quella dei palazzi, come avrebbe reagito? Come mai in questi mesi si è attivata una campagna denigratoria nei confronti del Paz? Come mai il Laboratorio Paz è sotto sgombero da parte di questa giunta di centrosinistra che incalza più politiche collaborazioniste con la destra (vedi le vergognose iniziative poliziesche sul tema dei venditori ambulanti) che un serio confronto sulle problematiche sociali?».

Commissione d'inchiesta sul G8 di genova: Idv e Udeur stanno con la Cdl

Non è bastata l'ennesima mediazione proposta dal vicecapogruppo dell'Ulivo alla camera Gianclaudio Bressa. La commissione di inchiesta sul G8 di Genova (anche se limitata rispetto alle promesse elettorali) spacca ancora il centrosinistra. Per Italia dei valori e Udeur «la polizia non si processa in piazza e in parlamento». I centristi dell'Unione si allineano infatti con la destra, che chiede un'inchiesta anche sui «manifestanti. «Questa commissione - ribatte Bressa - non è affatto contro le forze dell'ordine, deve servire a ridare dignità al parlamento, che con la precedente commissione ha fatto ridere l'intero parlamento europeo».

27 settembre 2007

Bologna: La questura dice no alla Street space organizzata per sabato prossimo dal Livello 57.

Vietata la «parade» sgradita a Cofferati. «Incompatibile con la città», così il sindaco ha bloccato la manifestazione che intendeva protestare contro le politiche repressive della sua giunta

Fino a sabato c'è tempo per trovare un accordo, o forse no. Il questore di Bologna ha vietato la Street space parade, la manifestazione organizzata dal centro sociale Livello 57 e dal cartello di associazioni e collettivi «Open the Space». Non va bene il percorso che attraversa gran parte del centro storico, «ma non accetteranno neanche quello che abbiamo proposto in alternativa», racconta Rosario Picciolo del Livello. Ieri pomeriggio infatti è andato in questura a portare un itinerario alternativo che presenta alcuni cambiamenti nelle piazze di arrivo e di partenza ma non scioglie il nodo del passaggio per il centro. «Continuano a proporci di far finire la manifestazione in periferia – continua Picciolo –ma noi abbiamo già detto che questo non è un rave ma una manifestazione diversa». Meno antiproibizionista, marcatamente anti Cofferati, gli organizzatori sono convinti che questo sia un pretesto e una «decisione politica». Non sono disposti a rinunciare alla Street space e annunciano che diranno la loro venerdì ma già è in corso il confronto con le altre realtà cittadine per decidere come replicare al divieto «sempre in forme pacifiche». «Non accettano che sfili il dissenso a questa amministrazione», è il pensiero di Rosario. «Tra i motivi assurdi che hanno inserito per notificarci il divieto c'è anche quello che i residenti contrari sarebbero stati pronti a scendere in strada per bloccare la manifestazione, e poi dicono che i violenti siamo noi». Quello che sta accadendo in questi giorni a Bologna ha tanto il sapore di un dejà vu, come quando due anni fa la Street estiva fu oggetto di un braccio di ferro tra il sindaco che la voleva assolutamente «stanziale», gli organizzatori, e questura e prefettura impegnate a garantire il diritto a manifestare. Anche stavolta Cofferati ha detto che il percorso è «incompatibile» con la città e che l'unica soluzione sarebbe una manifestazione ferma lontana da zone abitate. Poi si sono aggiunti i vari comitati antidegrado che sono saliti sulle barricate per dire che non vogliono un'ennesima concentrazione di persone sotto le finestre che tolga loro il sonno. E anche il presidente del quartiere San Vitale dove la Street dovrebbe finire nelle intenzioni degli organizzatori, il verde Carmelo Adagio, è stato attaccato da un comitato di cittadini dopo aver detto che non vede problemi nell'arrivo della manifestazione nel cuore della zona universitaria. A Bologna tutto assume troppo in fretta dimensioni esagerate e passano in secondo piano anche le caratteristiche che dovrebbe avere la Street, almeno nelle promesse. Niente camion ma furgoncini e piccoli concerti lungo il percorso, una mobilitazione nata come locale ma che attraverso il web sembra comunque in grado di far arrivare persone da fuori città. La settimana successiva, sabato 6 ottobre, è in programma un'altra mobilitazione promossa dal collettivo Crash sgomberato ad agosto dallo spazio che aveva occupato l'anno scorso. «Nessun problema su due appuntamenti entrambi anti Cofferati così vicini», dicono dal Livello, «più manifestazioni ci sono meglio è». E il centro sociale più vecchio della città deve affrontare un'altra grana. Il comune vuole stracciare la convenzione che era stata raggiunta con la precedente giunta di centrodestra del sindaco Giorgio Guazzaloca. Le due sedi sono sotto sequestro dall'anno scorso su ordine del pm Paolo Giovagnoli che sta chiudendo l'inchiesta per detenzione e spaccio di stupefacenti in base alla legge Fini Giovanardi. Sono otto le persone che sono state indagate dopo la perquisizione con un blitz dei carabinieri del maggio 2006. Il comune ha chiesto l'arretrato dell'affitto, pari a sette mila euro, che il centro sociale non può pagare dando un ultimatum che è già scaduto. Un ultimo aspetto ma non secondario: la Street sarà dedicata ad Alberto Mercuriali, un agronomo di ventotto anni di Castrocaro Terme che lo scorso luglio è stato trovato in possesso di una piccola quantità di hashish finendo sulle pagine dei quotidiani locali. Alberto si è ucciso pochi giorni dopo con i gas di scarico della sua macchina e a lui gli amici hanno dedicato un sito (http://amicidialberto.blogspot.com/) e stanno organizzando diverse iniziative di confronto sul tema delle sostanze stupefacenti.

Padova: Apartheid professionale alla Carraro

Apartheid alla Carraro? Il titolo del volantino con cui oggi i lavoratori del reparto verniciatura della Carraro Assali di Campodarsego (in provincia di Padova), annunciano uno sciopero di quattro ore per turno non poteva essere più esplicito. Una ventina di operai, tutti migranti, dipendenti di una cooperativa (la Cps) che all’interno della Carraro gestisce il reparto verniciatura. Modificato il contratto (oggi i dipendenti lavorano con il contratto delle coop metalmeccaniche) i lavoratori si trovano a lavorare nel reparto peggiore dello stabilimento. La Carraro è una fabbrica metalmeccanica storica, un’azienda globalizzata con dieci stabilimenti in giro per il mondo. Su Italia Domani viene presentata come una fabbrica tecnologicamente molto avanzata, quasi pulita. E Mario Carraro, il padrone, sostiene che «le tute blu oggi non esistono quasi più. Il colore prevalente - spiega - è il beje. Il lavoratore assume responsabilità sempre più importanti». L’operaio dunque non più come ingranaggio ma parte integrante del funzionamento della fabbrica. E allora perché gli operai del reparto verniciatura hanno un trattamento economico e non solo così diverso da quello che hanno i lavoratori degli altri cinque reparti dello stabilimento di Campodarsego? Eppure la verniciatura è il reparto in cui confluiscono tutti i pezzi prodotti dagli altri. E si sa che questo è un reparto pericoloso per la salute, dove le condizioni dei lavoratori devono essere tutelate più che altrove. Invece i lavoratori migranti (e già la scelta "etnica" di affidare questo che è il lavoro sporco solo a migranti la dice lunga) sono costretti a lavorare otto ore al giorno per cinque giorni. I loro colleghi invece lavorano sette ore (ma vengono pagati otto) e godono della quattordicesima. Non solo. Gli impianti, sostengono gli operai, funzionano a singhiozzo. Il che significa che un lavoratore deve essere sempre in cabina per rimediare ai "buchi" del robot. Gli operai del reparto-ghetto erano iscritti alla Cgil, ma stanchi di non ottenere risposte, dicono, hanno deciso di associarsi alla Adl, associazione difesa lavoratori-Rdb. «Abbiamo chiesto un incontro con la cooperativa», dice Gianni Boetto dell’Adl. Sei i punti contenuti nella piattaforma: equiparazione dell’orario e della paga a quella degli altri dipendenti, due pause di 20 minuti pagate, un’indennità di rischio pari a 100 euro per tutti, un premio di produzione uguale per tutti, l’introduzione della quattordicesima, un intervento sugli aspiratori, l’obbligo di rimanere in cabina non più di due ore consecutive. Finora nessuna risposta da parte della cooperativa. Da qui la decisione di effettuare le quattro ore di sciopero per turno. Dalla fabbrica intanto i lavoratori fanno sapere che in questi ultimi due giorni sono arrivati dei lavoratori interinali, forse chiamati per sostituire i lavoratori in sciopero oggi. Un contratto di un giorno per aggirare il problema sciopero. In Veneto ormai sono diverse le vertenze aperte che vedono come protagonisti i dipendenti (quasi sempre migranti) delle cooperative. Sabato pomeriggio a Padova ci sarà una manifestazione per l’abolizione della figura di socio-lavoratore, per l’abrogazione della Bossi Fini.

Cassazione. Occupare case popolari non sempre è realto

Occupare le case popolari non sempre e' reato. Lo sottolinea la Cassazione con la sentenza 35580 della seconda sezione penale nella quale afferma che lo "stato di indigenza" puo' costituire giustificato motivo dell'occupazione della casa, ''bene primario''. Forte di questo principio, piazza Cavour ha accolto il ricorso di una 38enne romana, Giuseppa D., condannata dal tribunale di Roma a 600 euro di multa per il reato di occupazione abusiva di un immobile di proprieta' dell'Iacp. La condanna era stata confermata anche dalla Corte d'appello della capitale nel dicembre 2006 ma ora la Suprema Corte ha accolto il ricorso di Giuseppina in quanto 'fondato'. Scrive il relatore Pietro Zappia che ''ai fini della sussistenza dell'esimente dello stato di necessita' previsto dall'art. 54 c.p., rientrano nel concetto di danno grave alla persona non solo la lesione della vita o dell'integrita' fisica, ma anche quelle situazioni che attentano alla sfera dei diritti fondamentali della persona, secondo la previsione contenuta nell'art. 2 della Costituzione''. E dunque, sottolinea la Suprema Corte l'occupazione di una casa popolare puo' essere giustificata dallo stato di poverta' in quanto tra i beni tutelati dalla Costituzione va ''ricompreso il diritto all'abitazione in quanto l'esigenza di un alloggio rientra tra i beni primari della persona''. Non l'avevano pensata allo stesso modo i giudici di primo e secondo grado che avevano condannato Giuseppa a 600 euro di multa per aver occupato una casa popolare insieme al figlio minore. Ma ora la Suprema Corte ha accolto la protesta di Giuseppina e ha sottolineato che la Corte d'appello della capitale, cui e' stato rinviato il caso, dovra' svolgere una ''piu' attenta e penetrante indagine giudiziaria'' per capire se effettivamente lo stato di poverta' della donna giustificava l'occupazione dell'immobile. Nel caso in questione, infatti, rileva ancora la Cassazione ''e' stata totalmente omessa qualsiasi indagine sia al fine di verificare le effettive condizioni dell'imputata, l'esigenza di tutela del figlio minore, la minaccia dell'integrita' fisica degli stessi, sia al fine di verificare la sussistenza dei requisiti delle necessita' e inevitabilita' che consentono di ritenere la sussistenza della esimente''.
''La sentenza della Cassazione che individua il diritto all'abitazione come uno dei diritti fondamentali della persona e quindi la casa come un bene primario come la vita o la salute e' importantissima. Fissa un punto fermo di grande civilta' nei diritti sociali delle persone e rende obbligatoria una decisa svolta nelle politiche sulla casa che in questi ultimi anni non hanno tenuto in nessun conto il diritto delle persone all'abitare''. E' quanto afferma il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero per il quale ''la Finanziaria dovra' tenere nel debito conto questa sentenza definendo le risorse per un nuovo piano casa''. ''Questa sentenza ci dice anche - prosegue Ferrero - che le polemiche di questi giorni in merito al blocco degli sfratti per gli strati sociali deboli sono da considerarsi sostanzialmente prive di fondamento. Fatta salva la necessita' del Governo di dotarsi di politiche coerenti con la soddisfazione del bisogno abitativo risulta infatti evidente che il diritto primario all'abitazione non puo' certo ritenersi subordinato al diritto di proprieta'''.

26 settembre 2007

Sicurezza: Il Piano Amato " Meno rom e prostitute"

Prostituzione, punire i clienti E i prefetti potranno espellere i rom

Non solo la multa, ma anche l'imbarazzo del verbale inviato a casa. E poi ancora divieto di prostituzione in determinate zone delle città, in particolare vicino ai luoghi di culto e a quelli frequentati dai bambini. E ancora, espulsioni più facili per i cittadini comunitari, in particolare i rom, dei quali c'è «un vero e proprio esodo» dalla Romania, rafforzare la certezza della pena, dare più risorse e forze fresche per le forze dell'ordine. Questo il piano esposto ieri dal ministro degli Interni Giuliano Amato ieri alla Commissione Affari costituzionali del Senato in attesa del «pacchetto sicurezza» che dovrebbe essere pronto tra qualche settimana. Ma le perplessità sono molte, a partire dalle proposte sulla prostituzione. I primi a non essere convinti delle proposte del ministro sono associazioni cattoliche come la Caritas, che temono che in questo modo la prostituzione si trasferisca in luoghi incontrollabili e nascosti oppure al chiuso. Sull'argomento c'è da alcuni mesi al lavoro un Osservatorio, presieduto dal sottosegretario all'Interno, Marcella Lucidi, cui partecipano diverse associazioni, con il compito di fornire al ministro una relazione sull'argomento che tenga insieme le ragioni di tutti i soggetti interessati. Una mediazione - attesa a giorni - che potrebbe essere in linea con quanto proposto oggi dal ministro. Amato, da parte sua, ha ricordato che «azioni repressive contro questa comunità servono più in Romania, da dove è in atto un vero e proprio esodo di rom che scappano da condizioni di non vita. Lo abbiamo detto anche oggi al rappresentante del governo rumeno». Ed essendo la Romania entrata nell'Unione europea, si pensa a rendere più agevole l'espulsione, dando ai prefetti il potere di espellere i cittadini comunitari per motivi di sicurezza pubblica, che ora è in capo al ministro.

Genova G8: dirigente Digos non vide, non sentì, non parla

Non ha visto violenze nella caserma di Bolzaneto: la situazione era difficile ma tutto è proceduto regolarmente. Ha anche comprato di tasca sua dell’acqua da distribuire ai fermati. Però qualche collega alzò la voce, qualcun altro spruzzò gas urticante nelle celle. Alessandro Perugini ( nella foto con la maglia gialla), vicecapo della Digos genovese durante le giornate del G8 a Genova nel 2001, respinge ogni addebito. È stato il primo dei 45 imputati - tra poliziotti, penitenziaria, carabinieri e personale medico - ad essere sentito nel processo appena aperto sugli episodi di violenza denunciati da decine di persone fermate e portate in quella caserma. Decine di testimonianze parlano di atmosfera da “dittatura cilena” ma tant’è. Quello che all’epoca era il massimo dirigente della polizia a Bolzaneto è accusato di abuso d'ufficio, abuso d'autorità contro detenuti o arrestati e di non aver impedito che alcuni manifestanti venissero picchiati o maltrattati. «Non ho sentito urlare né ho visto episodi di violenza »Durante l'interrogatorio del pm Patrizia Petruzziello, iniziato intorno alle 11 e 30 di martedì e durato poco più di due ore, Perugini ha risposto a tutte le domande. Dalle sue parole si ricaverebbe che nulla sia avvenuto in quelle stanze. Degli episodi gravissimi di umiliazioni e percosse ribaditi da decine di manifestanti italiani e stranieri insomma non ci sarebbe traccia. «Dalla mia postazione non ho sentito urlare nè ho visto episodi di violenza avvenire nei corridoi» ha dichiarato al magistrato. «All'inizio non era previsto un servizio di vigilanza dei fermati - ha spiegato - Nelle prime ore del venerdì pomeriggio (20 luglio 2001) arrivò una disposizione dell'ufficio di Gabinetto che ordinava agli agenti che accompagnavano i fermati anche di sorvegliarli. Sabato (21 luglio 2001) un contingente di carabinieri venne deputato alla sorveglianza e nella notte, quando andai via, non mi interessai più della questione». «Non mi sono chiesto perché stessero volto e mani rivolti al muro»Qualcosa però combacia con alcune deposizioni di chi si trovò in quelle celle. Perugini ricorda che durante tutte quelle ore trascorse a Bolzaneto solo «in due circostanze ho avuto accesso alle celle» e che, in entrambe le occasioni, «ho visto all'interno di ciascuna cella una decina di persone, con il volto e le mani rivolte verso il muro. Non ricordo di aver visto donne. Non mi sono chiesto il perchè stessero in quella posizione, non mi ha colpito quella circostanza».
Solo «un collega alzò la voce». E “altri” «spruzzarono gas urticante nelle celle»«Ricordo un episodio in cui un collega stava alzando la voce contro un fermato e sono intervenuto per dirgli di calmarsi - ha ricostruito. - Non ricordo il nome del fermato. Doveva fare una inalazione per l'asma e dissi che non c'erano problemi. Mi chiesero l'autorizzazione e la diedi» ha spiegato. Anzi, quando poteva dava una mano. Ricorda di aver soccorso un manifestante telefonando al padre col proprio cellulare, di essere intervenuto quando furono spruzzati gas urticanti in una delle celle dall'esterno. Anche se poi «non ho fatto nessun nota perchè nell'immediatezza c'erano tante cose da fare, ma informai la mia collega Anna Poggi».Lui intanto acquistava di tasca propria bottigliette di acqua minerale per i fermati: «Ho fatto arrivare del cibo e dell'acqua per i nostri e ho fatto distribuire una cassa d'acqua, erano bottigliette da mezzo litro, anche ai detenuti nelle celle. Ho valutato da solo che ce ne fosse bisogno perchè faceva caldo».
Le identificazioni e i cittadini stranieriQuanto alle denunce di tanti ragazzi stranieri che (come gli italiani) non hanno potuto chiamare il loro consolato, un avvocato o semplicemente a casa, Perugini precisa: «Se gli stranieri lo richiedevano venivano sempre avvisati i consolati con moduli plurilingue». Però ammette che ci furono dei ritardi protratti nell’identificazione, tant’è che per due giorni alcuni reclusi denunciano di essersi sentiti tagliati fuori dal mondo senza poter dare notizie di se all’esterno della caserma: «I tempi di identificazione dei fermati si allungarono in modo esponenziale rispetto alle nostre previsioni», ha detto e conclude: «Il clima era caldo».
«Ricordo solo Marco Mattana. Per motivi personali»«La situazione era difficile ma conservavo la mia lucidità. Le persone venivano accompagnate sotto braccio. Ricordo di aver visto una persona ammanettata e di aver detto di togliergli le manette. Eravamo dentro la caserma e non c'era alcun pericolo di fuga - ha ripetuto Perugini. - Non ho mai visto neanche minorenni dentro la caserma, ricordo soltanto Mattana. Mi è rimasto impresso per motivi personali». Marco Mattana aveva 15 anni nel 2001, era uno studente di Ostia arrivato nel capoluogo ligure per manifestare. Le sue immagini hanno fatto il giro delle tv perché tra i pestaggi della polizia per le strade di Genova fu uno dei più agghiaccianti: il minorenne venne preso a calci da Perugini e da altri poliziotti il 21 luglio. Il ragazzo, con il volto tumefatto, alla fine riuscì ad uscire dal cerchio e si avvicinò supplicante alla videocamera che lo riprendeva. Per qual pestaggio ingiustificato, documentato in più di un video, Perugini insieme ai colleghi è indagato anche in un altro procedimento.

Canada: Sospetta morte di un italiano in un carcere canadese

Si tratta di un giovane imprenditore siciliano. Fermato e forse colpito con una pistola elettrica, è morto il giorno dopo.

E' morto dopo aver trascorso una notte in cella nel tranquillo Quebec, e ora i genitori, arrivati ieri dalla Sicilia, chiedono «verità». L'uomo, Claudio Castagnetta, 32 anni, era emigrato in Canada da Palermo nel 2002. Come riporta il quotidiano Le Soleil, Castagnetta era noto negli ambienti artistici del Quebec. Si era laureato in Italia e poi diplomato in marketing all'università di Laval in Quebec, ed era membro del consiglio di amministrazione della società Promotions Recto-Verso. Aveva ricoperto il ruolo di direttore esecutivo dell'ufficio del Quebec della Camera di commercio italiana in Canada da marzo a ottobre 2006. Secondo la cyberpresse, Castagnetta negli ultimi tempi soffriva di depressione.L'uomo è stato fermato dalla polizia municipale di Quebec City, dove vivono circa 500 mila persone, il 18 settembre. Non sono chiari i motivi, stando alla polizia di Quebec city l'uomo aveva un comportamento aggressivo e confuso, tanto che la polizia ha utilizzato la pistola elettrica. Poi è stato trasportato nel centro di detenzione. Il giorno successivo è stato portato per una prima udienza in tribunale. Alla fine, mentre veniva condotto in cella, ha chiesto di essere condotto in infermeria perché stava male. E' morto qualche ora dopo, alle 14 del 20 settembre. Anche il portavoce della Surété Quebec, la polizia provinciale, ha ammesso che «il detenuto era gravemente ferito alla testa e che le ferite - ha precisato - non erano compatibili con la pistola elettrica. I traumi erano molto gravi». La polizia provinciale ha aperto un'inchiesta sull'operato della polizia municipale di Quebec city e sugli agenti carcerari della prigione locale. Il portavoce della polizia provinciale québécois ha dichiarato che nell'inchiesta sono coinvolte due persone. Le ferite a Castagnetta potrebbero essere state inferte da agenti carcerari o da poliziotti. La terza possibilità è quella attualmente considerata la ragione ufficiale: Castagnetta avrebbe sbattuto la testa contro il muro durante la notte nella cella di isolamento dove era stato rinchiuso. In passato, negli anni Settanta, la polizia del Quebec era nota per avere metodi spicci e violenti.


25 settembre 2007

Busto Arsizio: Insulti al reduce dei lager: "Sporco partigiano"

Angioletto Castiglioni, 84 anni, testimone della barbarie nazista, aggredito verbalmente in pieno centro da un gruppo di giovani neonazisti. Insulti al reduce dei lager: “Sporco partigiano”

A Busto, volenti o nolenti, si dovranno fare ancora a lungo i conti con neonazismo e dintorni, anche dopo il voto del consiglio comunale che sembrava aver sopito la questione con l’unanime condanna delle ideologie totalitarie. Sabato verso le ore 20 in pieno centro, in via Milano, Angioletto Castiglioni, 84enne partigiano e reduce dei lager nazisti, ha subito un’aggressione verbale da parte di una ventina di ragazzotti di estrema destra, per la maggior parte teste rasate, molti con svastiche tatuate sulle braccia o sul collo. «Sporco partigiano» gli ha sibilato in faccia uno di loro, con neanche un quarto dei suoi anni sulle spalle. Un insulto cui l’ex combattente della guerra di Liberazione ha risposto a testa alta ricordando il suo passato di combattente senza macchia, torturato e deportato nei campi della morte, a Flossenbürg. A due riprese il branco ha stretto da presso Castiglioni, già bersaglio anni fa di facinorosi. Solo l’intervento del capo dei naziskin, un giovane descritto come particolarmente alto e robusto, ha impedito che all’anziano reduce della Resistenza venissero messe le mani addosso.
Angioletto Castiglioni non desidera commentare quanto accaduto, anzi non voleva neppure che questa storia emergesse: non lui, che non desidera si faccia eccessiva pubblicità a questi comportamenti, ma altri hanno fatto giungere la notizia alla stampa. Lo si è dovuto convincere perchè presentasse un’informativa alla Digos in Commissariato. Del resto il suo, e lo ha ripetuto spesso a chi lo conosce, non vuole essere un ruolo di vittima, ma di testimone per chi non c’è più, per chi non tornò, per chi passò per il camino.

Cosenza: Riprende il processo al Sud ribelle

E' ripreso, dopo la pausa estiva, il processo al Sud ribelle. Il processo era stato avviato in seguito alle indagini condotte dalla procura di Cosenza. L'accusa formulata per i tredici imputati è quella di associazione sovversiva. Sul banco dei testimoni, tra gli altri, Enzo Mangini, giornalista di Carta, Giovanni Russo Spena, capo gruppo di Rifondazione comunista al Senato, Grazielle Mascia, vicepresidente del gruppo Prc alla Camera dei deputati e Ramon Mantovani, deputato dello stesso partito. Durante il suo interrogatorio la vice capogruppo del Prc alla Camera ha tra l'altro detto: "Ricordo, che prima dell'omicidio Giuliani, ero vicino a Franco Giordano, all'epoca capo gruppo alla Camera, a cui chiesi, preoccupata da veri segnali di allarme che arrivavano, di telefonare al ministro dell'Interno Claudio Scajola per sapere se era vero che le forze dell'ordine avevano intrapreso la via degli scontri con cariche continue. La risposta di Scajola fu: 'non ci sono problemi, non c'è stata nessuna carica, la situazione è tutta sotto controllo'". "Di lì a poco - ci fu la morte di Giuliani, preceduta da almeno due ore di scontri, quindi suppongo - ha detto ancora Graziella Mascia - che il ministro abbia mentito al telefono con Giordano". Ma la deposizione di Mascia si arricchisce di ulteriori dettagli, come quello che a suo avviso "durante gli scontri vennero usati dalle forze dell'ordine 6200 candelotti lacrimogeni, ed un gas del tipo Cs che è vietato in tutta Europa, perché particolarmente penetrante".

Gorizia. Dopo la rivolta al Cpt, rimpatriati 50 egiziani

Sono stati rimpatriati con un volo decollato alle 2.45 dall'aeroporto di Trieste-Ronchi dei Legionari i cinquanta immigrati egiziani che la scorsa notte avevano dato vita a una sommossa nel Cpt di Gradisca d'Isonzo (Gorizia) proprio per tentare di sottrarsi al rimpatrio. Sono stati imbarcati su un velivolo delle linee aeree egiziane e affidati alle autorità di polizia egiziane. E' stata intanto dimessa la bambina eritrea di 8 mesi che era stata trasportata all'ospedale di Gorizia per aver respirato il gas dei lacrimogeni sparati dalle forze dell'ordine. La bambina e la madre sono ora nella sezione del Cpt gradiscano riconvertita a centro di prima accoglienza, dove per entrambe sembra sia stato avanzato il procedimento per l'ottenimento dello status di rifugiate.

24 settembre 2007

Tentativo di fuga da un Cpt Immigrati bloccati con i lacrimogeni

E' successo a Gradisca d'Isonzo (Gorizia) ed è la terza volta in meno di un meseI gas hanno provocato disturbi a una bambina di sei mesi che si trovava nel Cpa accanto

Una ventina di immigrati clandestini egiziani hanno tentato di fuggire, la scorsa notte, per la terza volta in meno di un mese, dal Cpt (Centro di Permanenza Temporanea) di Gradisca d'Isonzo. Saliti sui tetti della struttura, sono stati bloccati da polizia e carabinieri, che hanno sparato lacrimogeni. Alcuni immigrati sono rimasti feriti o contusi. I lacrimogeni hanno provocato disturbi non gravi anche a una bimba di sei mesi che, insieme alla mamma, si trovava nel Cpa (il Centro di Accoglienza che si trova nella stessa struttura del Cpt). La bimba è stata soccorsa e trasportata in ospedale; le sue condizioni non destano preoccupazioni. Il tentativo di fuga è cominciato poco dopo le 22. Gli immigrati hanno tentato di fuggire dalle stanze nelle quali si trovavano, riuscendo a raggiungere l'esterno dei fabbricati, ma non a uscire dal Cpt che, dopo i tentativi di fuga delle settimane scorse, è tenuto sotto stretta sorveglianza dalle forze dell'ordine. Il gruppo di egiziani, ai quali si sono man mano uniti altri immigrati, è quindi salito sui tetti, cominciando una rumorosa protesta, senza comunque desistere dal tentativo di fuga. Sono rientrati solo dopo lo sparo dei lacrimogeni e una volta dentro, però, hanno cominciato a danneggiate suppellettili e arredi. Un nuovo intervento delle forze dell'ordine ha indotto gli immigrati a desistere dall'iniziativa. Nella struttura - sempre secondo le informazioni trapelate finora - la calma è tornata dopo la mezzanotte.


Ferrara, duecento persone al presidio per Federico Aldrovandi

Quasi duecento persone ieri in Via dell'Ippodromo a Ferrara, al presidio in occasione del secondo anniversario dell'omicidio di Federico Aldrovandi, avvenuto il 23 settembre 2005 a seguito di un fermo di Polizia. Il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha incontrato i genitori del giovane a Palazzo dei Diamanti, mentre il sindaco Gaetano Sateriale ha fatto una breve e imbarazzata apparizione. Durante la commemorazione sono state lette alcune poesie.
Per il prossimo 19 ottobre è previsto l'inizio del processo contro i poliziotti che quella notte fermarono Federico, portandolo alla morte.

Processo Diaz: Altre piccole menzogne svelate


"Guardi che queste mazze e questi picconi sono grossi, perché non portate via tutto, che non vorrei che poi ci accusassero di nascondere delle armi". E' la frase ironica che Anna Pizzo, ora consigliere regionale del Lazio e all'epoca del G8 responsabile del gruppo di comunicazione del Genoa Social Forum, rivolge al funzionario della provincia che le sta consegnando la scuola Diaz e le due stanze contenenti il materiale da cantiere per la ristrutturazione dello stesso istituto. Durante l'udienza di oggi Anna Pizzo ha confermato che le famose armi attribuite ai 93 arrestati (di cui 61 feriti) presenti alla scuola Diaz, non erano altro che materiali di un cantiere edile presente nella scuola: un altro alibi per i pestaggi della polizia che viene smentito, un'altra bugia svelata. Non è la sola: le difese dei 29 poliziotti accusati di lesioni, falso ideologico e calunnia, hanno spesso cercato di dimostrare che la scuola fosse effettivamente piena di black bloc - come se questo bastasse a giustificare un massacro come quello avvenuto - usando una telefonata che segnalava la presenza di persone del blocco nero alla Diaz nel pomeriggio del sabato. Anna Pizzo ha fatto luce (come già altri in precedenza) sull'origine di questa telefonata: "c'erano dieci ragazzi giovani, effettivamente mascherati di nero, che per qualche minuto si sono accampati vicino al media center, forse sperando di entrare senza pass che veniva dato a tutti coloro che ne facevano richiesta, ma senza non si entrava". Equivoco risolto, nonostante il tentativo malizioso dei difensori degli imputati di riportarlo in auge in tribunale. L'ex redattrice di Carta poi, come anche i due avvocati presenti come testimoni in questa centoseiesima udienza, ha confermato la presenza di un ufficio legale al primo piano della scuola Pascoli in cui venivano raccolte testimonianze e dati anagrafici delle persone che avrebbero poi dovuto essere ricontattate per redigere le denunce. Tutto materiale sparito durante la perquisizione illegale, mentre gli avvocati accorsi venivano strattonati e "fisicamente impediti a prestare servizio presso le persone che li avevano nominati per assistere alla perquisizione in atto" (le parole sono dell'avvocato Alessandra Ballerini). Così come gli hard disk del computer usato dagli avvocati e le videocassette che riprendevano in parte l'irruzione in corso. Le bugie hanno le gambe corte, e in aula il percorso per disvelarle è più lento di quello che occorre alle persone che hanno visto le scene della notte cilena alla Diaz, per rendersi conto che qualcosa non quadra e che qualcuno ne dovrà rispondere.

Firenze: corteo e sciopero della fame antirazzista

Ieri mattina un corteo ha sfilato contro i relatori della Conferenza nazionale sull'immigrazione per dire «no al pacchetto sicurezza delgoverno, no ai sindaci-sceriffi». E don Alessandro Santoro ha iniziato uno sciopero a staffetta contro l'ordinanza dell'assessore Cioni

Novembre 2002. A Palazzo Vecchio c'è Domenici e Firenze accoglie migliaia e migliaia di attivisti per il Forum Sociale Europeo. Anche la Firenze "bene" scende in piazza per la pace in una manifestazione pacifica che inonda le strade sfilando tra i palazzi colorati dalle bandiere arcobaleno: al diavolo la Fallaci e i profeti di disordini e sventura. Settembre 2007. A Palazzo Vecchio c'è sempre Domenici, ma ora Firenze ha paura. Del diverso, dello straniero. Si fa forte dell'ordinanza dell'assessore Cioni e se la prende con i lavavetri. Li lascia soli e quasi se ne vanta. E così ieri in circa duemila, per la maggior parte rom, senegalesi, etiopi più alcuni collettivi organizzati e rappresentanti del Prc e i partiti della sinistra, sono scesi in piazza per portare fischi (pacifici) fin davanti a Palazzo Vecchio, dov'era in corso la conferenza sull'immigrazione con il ministro Amato e lo stesso Domenici. In piazza forse anche per chiedersi: cosa è successo rispetto a cinque anni fa?Al diavolo la scarsa partecipazione del ‘fiorentino medio'. Un corteo composto per la maggior parte di extracomunitari, quelli che a Firenze alloggiano nelle case occupate (sotto sgombero per ora congelato) del Luzzi, è comunque un successo. In piazza, contro l'ordinanza anti-lavavetri (dei quali ormai non c'è nemmeno l'ombra ai semafori), ma anche per il diritto al lavoro, all'abitare, all'istruzione, per la solidarietà e l'integrazione. Contro la paura. "Noi non conosciamo il razzismo". Lo striscione di testa non si vede bene se non ti avvicini. Sfila basso, quasi striscia sull'asfalto. A portarlo ci sono Jorin, Florin, Sorin, Ana e altri, nomi bene in vista sui cartelli che portano al collo. Età compresa tra i 5 e gli 8 anni. Sono i bambini del Luzzi e chi pensa ad una strumentalizzazione dei piccoli da parte dei grandi si fermi subito. Jorin e i suoi amici hanno una rivendicazione ben specifica: un servizio bus che li porti a scuola, dato che abitano a dieci chilometri dalla città e dato che quando lo hanno avuto è stato per la "carità" di qualche associazione di volontariato. "Fermate Domenici" e anche un ironico "Basta strac-Cioni", si legge qualche metro più in là. Molte le sigle presenti al corteo: Prc, Cobas, Movimento di lotta per la casa, Comitato per la Costituzione, Movimento antagonista toscano, le comunita' di immigrati, Comunità delle Piagge, Emergency, Comitato Fermiamo la guerra. C'è il prete don Alessandro Santoro, che da venerdì è in sciopero della fame contro l'ordinanza Cioni, in collegamento con un neonato blog: "digiunoastaffetta". C'è lo storico Paul Ginsborg, impegnato in un percorso unitario della sinistra fiorentina che proprio questo weekend svolge una tre giorni di dibattiti. C'è Bruno Paladini del Movimento Antagonista Toscano che annuncia l'occupazione simbolica dei monumenti di Firenze «se non saremo ascoltati». Cosa è successo dal 2002 ad oggi?Succede che qualcuno a Firenze prova a resistere e a sfondare l'ansia securitaria della maggioranza in municipio e nella città. Qualcuno che si fa vedere in piazza, ma non solo. C'è anche chi non si presenta con nome e cognome, ma che prova a reagire e a fare comunicazione. Succede così che su molti palazzi, tra le ormai rare bandiere arcobaleno, campeggi una scritta: "Cioni ti odia". La vedi ovunque, non è dato conoscerne la paternità, ma in città c'è chi la ricollega a gruppi di attivisti anonimi che in passato si sono fatti vivi con iniziative simili. "Cioni ti odia", non "Cioni ti odio": semplice e schietto avvertimento di sapore nonviolento.Segni che nel Palazzo Vecchio non recepiscono. Invitato dai giornalisti a commentare la manifestazione dei lavavetri, il ministro Amato glissa in modo anche volgare: «Non rispondo su temi che non riguardano il convegno, sono qui per parlare di integrazione, non mi occupo di lavastoviglie». Domenici poi ne approfitta per mirare dritto al cuore del problema, attaccando la sinistra radicale, che in consiglio comunale a Firenze si è mossa unita contro l'ordinanza Cioni (nonostante che il Prc sia all'opposizione, mentre Sd, Verdi e Pdci sono in maggioranza). «Mi chiedo - dice il sindaco - se oggi ci siano ancora le condizioni per continuare a governare insieme».E' il benvenuto per Franco Giordano, Oliviero Diliberto, Titti Di Salvo, Alfonso Pecoraro Scanio arrivati in città nel pomeriggio di ieri per la seconda giornata di dibattiti organizzati dalla sinistra "unita e plurale" fiorentina. «Quanto ancora Catilina abuserà della nostra pazienza?"», è una delle domande del confronto alla Flog. Cioè: la sinistra può ancora stare al governo con questo Partito Democratico? La citazione di Cicerone fa sbilanciare anche l'ex diessina Di Salvo: «E' difficile stare al governo con chi caccia i lavavetri». «Domenici è come Rutelli, come Mastella, come Di Pietro: ci vogliono espellere come corpi estranei da un centrosinistra che così diventa centro», dice il segretario del Pdci. «Se facessi come Massimo Cacciari e dessi del matto a Domenici saremmo già alla crisi di governo - risponde il segretario del Prc - Veniamo dallo stesso ceppo che voleva contrastare la povertà. Ora loro contrastano i poveri. Cosa è successo?». Dalla platea urlano che nel 2002 Domenici ha accolto il popolo noglobal solo «perché in vista c'erano le elezioni». Oggi, Giordano avverte Domenici: «Se lo fai per fini elettorali, sappi che alla copia la gente preferisce la destra originale». Per il segretario di Rifondazione il punto è «la costruzione culturale del Piddì, tutta piegata sul governo, sull'acquisizione del palazzo d'inverno. Possiamo vincere se ricostruiamo il legame sociale. Dobbiamo riempire le piazze, non semplicemente con le notti bianche». Il pensiero va al 20 ottobre che serve per chiedere che «il governo rispetti il popolo che lo ha votato e il programma». «Guardate che ci conteranno - dice Diliberto - Dovete venire in massa, altrimenti la Finanziaria la faranno come vogliono loro». Nonostante il documento unitario presentato da Prc, Sd, Verdi e Pdci a Prodi, «inizio della produzione di idee della sinistra», sottolinea Di Salvo. Sul 20 ottobre la platea fiorentina applaude, ma vuole di più e lo ha mandato a dire ai leader già venerdì scorso, nel primo dibattito della tre giorni coordinato da Ginsborg. Osare di più della federazione della sinistra, organizzare una costituente per fondere le identità e garantire la partecipazione. Come si risponde?Diliberto è diretto: «Questo è l'ultimo dibattito sull'unità a sinistra al quale partecipo. A furia di dibattiti si muore. Dobbiamo fare un passo avanti». Cioè «riunioni operative per individuare come si fa, non quando si fa l'unità a sinistra». Le proposte: «Forme che garantiscano la partecipazione di tutti, una testa un voto per eleggere i propri rappresentanti; organismi composti per il 50 per cento da entrambi i sessi e dopo due mandati si "scende" tutti dal Parlamento, a cominciare da me». Per Di Salvo la ricetta è: «Organizzare insieme una campagna d'ascolto nel paese, coordinare i gruppi parlamentari, avere l'ambizione di costruire, nel percorso unitario, un nuovo gruppo dirigente». Per Pecoraro c'è bisogno di «contenuti». Guardate il Partito Democratico, è l'invito del leader dei Verdi: «Non hanno contenuti forti che aggreghino. Il risultato è che in Senato dal Pd sono nati quattro nuovi gruppi: Sd, l'Ulivo e poi quello di Dini, quello di Bordon e Manzione». Insomma, «frammentazione». Invece, la sinistra deve porsi l'obiettivo di individuare «le sue dieci grandi riforme» e di «aggregare non solo chi sta fuori dal Pd, ma puntando a non essere marginali nel centrosinistra». Giordano: "«Rifondazione si mette a disposizione per un soggetto unitario e plurale che entro l'anno vivrà la sua assise fondativa con gli stati generali della sinistra». Quindi, la risposta ad Asor Rosa, rammaricato al dibattito di venerdì scorso per il fallimento della "sua" Camera di consultazione. I tentativi di unità sperimentati in passato sono falliti per un «vizio verticistico», dice Giordano. Adesso, la federazione è il primo passo verso una «sinistra pacifista, antiliberista, laica, ambientalista che investa nella partecipazione», che combatta «passività e americanizzazione», che si sappia contrapporre ai «Mastella che sognano Casini nel governo, ai Letta che flirtano con Tremonti. Ma allora la destra vera - domanda il segretario del Prc - chi dovrebbe avere al governo? Jack lo squartatore?». Risate in platea, ma nemmeno troppe. Perché si sa: potrebbe non esserci un'altra occasione, sulla Finanziaria 2008 si pone un problema di "efficacia" della sinistra. Il ministro Paolo Ferrero, alla Flog in mattinata, mantiene la calma e provoca gli alleati di governo: «I punti che poniamo non hanno contraddizioni nell'Unione. Avete mai sentito qualcuno che dica di prendere ai poveri per dare ai ricchi come faceva il governo Berlusconi? No. Dunque, si può trovare l'accordo e se questo governo farà una Finanziaria buona potrà tenere perché ricostruirà il rapporto di fiducia con gli elettori».

22 settembre 2007

PAVIA CONTRO IL RAZZISMO E L’INTOLLERANZA

Nelle ultime settimane la provincia di Pavia è stata teatro di numerosi episodi violenti di stampo xenofobo e razzista che hanno colpito le famiglie Rom sgomberate dall’area ex-Snia. Questi fenomeni sono frutto non solo dell’intolleranza sempre più radicata in larghi strati della società, ma anche dell’incapacità delle istituzioni, sia locali che nazionali, di gestire le richieste di accoglienza e integrazione, forse troppo prese ad assecondare le mire di piccoli e grandi speculatori. I migranti sono una risorsa, non un’emergenza. Per questo è necessario superare completamente le vecchie politiche sull’immigrazione rifiutando la logica del mero assistenzialismo, o peggio, dell’ordine pubblico, e attuando progetti d’integrazione a lungo termine che permettano ai cittadini migranti di avere un lavoro, una casa e una scuola per i bambini. Siamo convinti che questa sia l’unica via per garantire a tutti i migranti pari diritti, pari doveri e pari opportunità. Denunciamo inoltre il lassismo di chi avrebbe dovuto vigilare per evitare che episodi come quelli avvenuti a Pieve Porto Morone potessero ripetersi per più giorni nella totale impunità. Esigiamo che venga applicata la Legge Mancino per impedire il radicarsi, attraverso l’apertura di sedi e l’organizzazione di manifestazioni razziste, di movimenti dichiaratamente fascisti e xenofobo come Forza Nuova. Non è più possibile rimanere a guardare,fermiamo ora la caccia alle streghe!
MANIFESTAZIONE REGIONALE ANTIRAZZISTA PER I DIRITTI DEI MIGRANTI ED IN SOLIDARIETA’ ALLE FAMIGLIE ROM SABATO 29 SETTEMBRE h.14 – PIAZZA DELLA STAZIONE –PAVIA

per adesioni e/o info: 29settembrepv@gmail.com tel.3393759156


Prime adesioni:

Italia dei Valori – segreteria provinciale Pavia
Partito dei Comunisti Italiani – Comitato Regionale Lombardo e Federazione di Pavia
Partito della Rifondazione Comunista - Comitato Regionale Lombardo e Federazione di Pavia
Federazione Giovanile Comunisti Italiani – coord. regionale e federazione Pavia
Giovani Comunisti/e- coord.regionale e federazione di Pavia
C.s.a. Barattolo –Pavia
Comitato in Difesa della Scuola Pubblica- Pavia
Cicolofficina popolare “I ciclopi” –Pavia
KronstadtOfficina Multimediale Pavese

Genova G8: Minacciata avvocato difensore dei manifestanti


«Se tu difendi quelle merde del Social forum, ti ammazziamo come stiamo ammazzando loro». E' questa la frase con la quale l'avvocato Alessandra Ballerini sarebbe stata minacciata la notte della Diaz. La legale del forum l'ha rievocata ieri al processo per l'irruzione nella scuola Diaz. Ballerini ha aggiunto che si era recata alla sede del Genoa social forum la notte dell'irruzione perché chiamata al telefono cellulare da un medico che in tono atterrito le aveva detto: «Vieni, che ci stanno ammazzando tutti». L'avvocato ha anche spiegato, rispondendo ai legali di parte civile, che con i colleghi del Legal social forum facevano dei turni dentro la scuola perchè temevano irruzioni improvvise della polizia dopo aver documentato infiltrazioni di agenti tra i black bloc. Tra le deposizioni di ieri, anche quella della giornalista di Carta Anna Pizzo.

21 settembre 2007

Roma: Assalto squadrista al campo rom. Il razzismo "made in Italy" fa proseliti

Incredibile episodio di odio e violenza nella capitale. In quaranta, con coltelli, mazze da baseball e molotov assaltano un campo E' il terzo e più grave episodio in una settimana. Dopo Opera e Pavia dilaga la violenza contro i rom, senza argini e indignazioni

La piccola Angel Teresa dorme placida nel lettone di mamma Angela. Pannoloni e mosche sulle braccia grassocce, un anno e quattro mesi di vita, non può saperlo, lei, che intorno gli adulti sono tutti agitati. Sono giorni di paura al campo nomadi di via Furio Cicogna, vicino a Ponte Mammolo, zona est di Roma. Non era mai successo prima, mai da due anni che esiste il piccolo accampamento rom. Questa settimana è successo: lunedì notte e poi martedì, poi ancora nella notte tra mercoledì e giovedì quando in zona prestavano servizio di pattugliamento dei carabinieri in borghese, allertati dagli episodi precedenti. Si sono presentati in quaranta con coltelli, mazze da baseball, bottiglie incendiarie che hanno lanciato dal ponte che sovrasta il campo. Non orde organizzate di estrema destra, nè leghiste e nemmeno baby gang di periferia. Lo dice lo stesso tenente Papa, intervenuto sul posto, che si tratta niente più che degli «abitanti del vicino quartiere di Casal de' Pazzi». Età dai 20 ai 40 anni. Due notti fa, l'unico che sono riusciti a fermare è un uomo di 40 anni, con qualche precedente penale. L'accusa è di resistenza a pubblico ufficiale e porto abusivo di armi e oggetti atti a offendere. Con sè aveva un coltello da cucina, un taglierino, un cacciavite. E' sotto interrogatorio, tramite lui gli inquirenti vogliono risalire agli altri che con il volto coperto si sono presentati al campo rom al grido di «vi ammazziamo tutti» e armati anche di una tanica di benzina, lasciata lì e sequestrata dalle forze dell'ordine che ora presidiano il campo 24 ore su 24. Se fai un giro in quartiere, nei dintorni della fontanella dove i rom di solito si riforniscono d'acqua, nessuno sa niente del recente "trambusto" notturno che per fortuna non ha provocato feriti. Ma chiunque incontri è disposto a sfogarsi su «questi rumeni che ti rubano tutto», sul fatto che «prima questa era una zona tranquilla» e ora invece «non lo è più». Tanto che la signora Gabriella ha preferito addirittura non andare in vacanza quest'estate per non lasciare casa incustodita. Paura incontrollata in un quartiere abitato da ceti popolari ma anche da classe media "benpensante". Paura che ora si sente legittimata dalla campagna mediatica e di certa politica sulla sicurezza. Emilio, 45 anni, è un po' il "capo" del campo rom, ruolo che gli deriva spontaneamente dal suo italiano fluente. Non si è accorto della "deportazione" dei rom in atto a Pavia, legge poco i giornali, guarda la televisione (che non ne ha parlato), ma comunque non ha dubbi. L'arrivo della violenza e dell'intolleranza anche al campo di Ponte Mammolo è figlia della «pubblicità di tv e stampa su quello che avviene altrove, a Livorno per esempio. Fino ad oggi qui ci rispettavano, non ci hanno mai detto niente anche quando andavamo a prendere l'acqua alla fontana». Nemmeno a dirlo, dall'inizio della settimana Emilio e gli altri non ci vanno più a prendere l'acqua. Hanno paura della paura dei residenti che di questi tempi si sente legittimata e si manifesta come tale: con strafottenza e arroganza nonostante si sappia, in zona, che già da lunedì i rom hanno allertato i carabinieri.Sei baracche, corrente alimentata da un piccolo generatore artigianale. Trenta famiglie, cinquanta bambini. Solo Emilio ne ha sei. Nikita Dunca, 40 anni, ne ha otto e si agita sotto lo sguardo delle telecamere nel suo italiano stentato. «I miei figli vanno a scuola, quella pubblica italiana, e sono perfettamente integrati. Noi qui non siamo abusivi». E dopo si scopre il perchè. Nikita sfodera la «carta» di cui parla dall'inizio della conversazione. Sembra un atto di vendita, ma si vede subito che è fasullo. E' la cessione del terreno su cui sorge il campo rom da parte di un italiano, I.S. A Ponte Mammolo i rom non sono abusivi perchè hanno acquistato il suolo per «11mila euro», almeno così dice Nikita che non sa che Totò cercò di vendere la Fontana di Trevi. La moglie Fabiola, 39 anni, sguardo seccato che scruta il piccolo cortile dove svolazzano le mosche e passeggiano i topi, non ne vuole sapere di sgombero («I bambini vanno a scuola qui»). Perchè la voce circola, anche se il comune non è mai passato agli atti ufficiali. «Si sa come finisce - Emilio traduce i pensieri degli altri - sgomberano con la promessa di un'altra sistemazione e poi ti lasciano in mezzo a una strada...». Almeno Emilio un lavoro ce l'ha e anche un permesso di soggiorno. Sono 800-1000 euro al mese per fare l'autista in una ditta di trasporto di generi alimentari. Alin Cioaca, 32 anni, pure ce l'ha un lavoro, ma in nero, a chiamata, e non ha problemi a dirlo: «35-40 euro al giorno in un deposito edile nelle vicinanze». Gli altri si arrangiano in giro a chiedere l'elemosina, ma non lo dicono. «Gli altri sono attori, musicisti, lavorano nei locali», se la sbriga Emilio.Ivano Caradonna, presidente del V municipio, dei Ds, si dice preoccupato per gli «inaccettabili» episodi di violenza e rivendica quanto fatto a Ponte Mammolo in materia di «solidarietà e inclusione sociale, anche grazie all'impegno delle associazioni di volontariato e della comunità locale». Che vota (scusate se è poco), mentre i rom non possono. Ma questa non è materia che sembra preoccupare Maria, sorriso che brilla di qualche dente dorato, ampia gonna verde smeraldo che luccica di paillette al sole quando lei viene fuori dalla baracca, dove oziano i grandi e giocano i bambini, per chiedere una sigaretta e «qualche soldo». Maria e gli altri ostentano una spensieratezza che quasi stride con l'agitazione di Emilio e Nikita e con l'aria maleodorante del campo, riuscendo forse a fare pendant solo con l'ingegnosa architettura delle baracche e i colori allegri di tende e vestiti. E' una forma di reazione come quella di un'altra Maria che si fa coraggio ed esce dal campo con la piccola Mariana affaccendata ad addentare un pezzo di carne arrosto nel passeggino. «Lei ha sete, vado a prendere l'acqua alla fontana. Paura? Cerco di non averne».

20 settembre 2007

Genova:Vogliono sgomberare il Centro sociale Buridda.

Dal 2003 ad oggi la Buridda, autogestita ed alimentata dalla volontà di centinaia di persone, è divenuta parte integrante del tessuto associativo e democratico di questa città. Sede di un' associazione culturale composta da più di 25 soggetti, di una palestra popolare, sale prove musicali, teatri, libreria, laboratori artistici e di fotografia, sede della Casa della Cultura Peruviana, luogo di incontro per molte comunità migranti.Da qui nascono progetti di cooperazione e solidarietà con il Messico e la Palestina.
Qui si svolgono non solo concerti musicali – con un occhio a etichette indipendenti e gruppi emergenti - ma manifestazione culturali di respiro nazionale ed internazionale; dal Critical Wine all'hack meeting, dall'incontro con Frederika Newton membro delle Black Panther alla tavola rotonda con istituzioni e forzesindacali sulla precarietà, dall'Illegal Art a numerose presentazioni di libri e film.
Oggi veniamo fatti oggetto di assolute falsità, quali quelle di essere responsabili di spaccio di droga, di atti di vandalismo all'interno e all'esterno dell'edificio, di non pagare regolarmente le utenze. Valuteremo il da farsi rispetto a tali infamità eventualmente anche in sede legale.
Il laboratorio sociale Buridda nasce quattro anni fa dall'esigenza comune a molte realtà politiche e culturali, di avere a disposizione spazi non mercificati di aggregazione.Il laboratorio trovò casa in un grande edificio chiuso e dimenticato da oltre sette anni: costretti ad un atto di illegalità ci piace pensare che – non abbiamo occupato – ma liberato uno spazio che come tanti altri in città veniva lasciato al degrado, alimentando speculazioni di ogni genere.
Chi ci critica oggi, già maggioranza in circoscrizione quando dallo stabile di via Bertani la facoltà di Economia fu trasferita nei nuovi locali della Darsena, non alzò la voce per denunciare lo stato di completo abbandono in cui fu lasciato l'edificio.Questa maggioranza, che utilizza la pratica ideologica ed ignorante della calunnia, non può capire il valore sociale di un'esperienza di auto-organizzazione, di aggregazione giovanile, di accoglienza, di una cultura concepita come bene comune fuori dal mercato.
A chi non ha mai voluto confrontarsi con la nostra realtà rispondiamo che da anni tentiamo un dialogo con le istituzioni che porti ad un riconoscimento e alla valorizzazione di questa ed altre esperienza a noi analoghe.Di fronte a questo attacco strumentale e politico risponderemo con il nostro fare, con la nostra capacità di iniziativa , con la mobilitazione e la lotta.

Laboratorio sociale Buridda
via bertani 1, genova, pianeta t/Terra
http://www.buridda.org/ - info@buridda.org

Nazi-ultrà e picchiatori a Lucca, 11 arresti

Nel mirino il gruppo dei Bulldog, protagonista di scontri in curva e di pestaggi nei confronti di militanti di sinistra. Sequestrate bandiere con svastiche e il sito con il fascio littorio


Se gli ultras neonazisti di Varese marciavano con il passo dell'oca in direzione degli stadi avversari, i loro camerati di Lucca conosciuti come Bulldog non si limitavano alle coreografie. Pestaggi, violenze e aggressioni quasi non si contavano più, quando nel febbraio scorso il tentato omicidio del giovane Emanuele Pardini segnò un punto di non ritorno. Mesi di indagini. Poi l'arresto dei responsabili materiali dell'aggressione a Pardini. Infine ieri mattina sono arrivati dieci ordini di custodia cautelare in carcere, uno agli arresti domiciliari, e altri cinque indagati con obbligo di firma. Tutti dovranno difendersi in tribunale dalle accuse di associazione a delinquere, percosse, lesioni personali gravi, violenza privata, minacce aggravate, porto ingiustificato di strumenti atti a offendere, e danneggiamento.L'operazione della Digos di Lucca, coordinata dal procuratore capo Giuseppe Quattrocchi, ha portato anche a numerose altre perquisizioni, oltre al sequestro di una bandiera con la svastica e un'altra con la croce celtica, coltelli, pugni di ferro e mazze di legno. Inoltre è stato finalmente sequestrato e ridotto al silenzio anche il sito dei Bulldog (www.bulldoglucca.it), che per gli investigatori della Digos - e del resto bastava darci un occhiata per farsi un'idea - era il principale mezzo di propaganda delle idee, delle azioni e della mentalità del gruppo che aveva fatto tabula rasa del tifo lucchese in curva ovest. Chiamiamola «incompatibilità», visto il fascio littorio stilizzato logo dei Bulldog, perfettamente in linea con le reiterate azioni squadristiche che nelle ultime tre stagioni avevano portato all'espulsione dalla curva degli altri gruppi di tifosi rossoneri.Nel sito si poteva trovare di tutto. Compresi link verso altri siti di chiara matrice fascista. Richiami a biografie di gerarchi del ventennio. Consigli su come comportarsi in caso di fermo di polizia. Offerta di oggettistica da stadio (cappellini, sciarpe, ecc) con la chicca di felpe con su scritto «L'amico è fidato se tace il tuo reato», oppure «Tifoso anticomunista squadrista». Tutta farina del sacco di Andrea Palmeri, 28 anni, leader dei Bulldog chiamato dai fedeli camerati «il generalissmo». Poi i lucchesi Andrea Di Vecchio, Mirco Santucci, Davide Giovannetti, Daniel Fratello e Stefano Vannucci, tutti dai 19 ai 28 anni, e Lorenzo Pucci, Adam Alexander Mossa, Luigi Marotta e Francesco Venturini, residenti nella vicina Capannori e anche loro poco più che maggiorenni. Il più anziano del gruppo, Andrea Vanni, 36 anni, è quello finito agli arresti domiciliari.Dietro i Bulldog naturalmente, anche se sull'argomento i prudenti investigatori lucchesi preferiscono restare nel vago, si staglia l'ombra dei neofascisti di Forza Nuova, particolarmente attivi nella provincia lucchese. Quelli di Forza Nuova respingono altrettanto naturalmente ogni ipotesi di coinvolgimento diretto nelle iniziative dei Bulldog. Anche se non hanno mai mancato di solidarizzare apertamente con chi veniva di volta in volta indagato o arrestato. Dopo aggressioni assortite (omosessuali, studenti, perfino il tentato incendio della libreria Baroni) che hanno segnato la vita cittadina degli ultimi anni, solo il tentato omicidio di Emanuele Pardini nel febbraio scorso - il ragazzo del Cantiere Resistente è rimasto vivo per miracolo - ha segnato una svolta forse definitiva. Sancita anche dai tremila scesi in piazza pochi giorni dopo per una manifestazione indetta da un comitato genitori-insegnanti. Stufi di vedere i loro figli e i loro allievi vivere quotidianamente nell'angoscia.

Cofferati ferma anche la moschea

Il «maiale day» di Calderoli ottiene già un risultato: il comune di Bologna ritira la delibera sul contestato luogo di preghiera islamico. La Lega Nord esulta e promette di proseguire la battaglia anti-islamica Il sindaco si appella alla partecipazione: decideremo con i cittadini, anche con un referendum. L'intenzione sarebbe di edificarla in un altro luogo più piccolo


La moschea si farà ma il percorso riparte da zero. A Bologna la giunta ieri ha annullato la delibera che assegnava al centro di cultura islamica un terreno in periferia dove costruire un nuovo luogo di culto più adatto alle esigenze della comunità musulmana . Cinquantadue mila metri quadri, sei mila edificabili, un terreno troppo ampio per la Curia che aveva paventato il rischio dell'invasione «verranno da tutto il Nord», erano state le parole del vescovo ausiliario Ernesto Vecchi.Ha vinto il leghista Roberto Calderoni che pochi giorni fa aveva lanciato l'ignobile provocazione del maiale day? Ha vinto la Lega Nord che a questo progetto ha fatto una sguaiata opposizione organizzando una raccolta firme per un referendum ma soprattutto facendo il partito ombra della Lega Antidiffamazione Cristiana, gruppo di cittadini che si è presentato all'assemblea di quartiere con striscioni come «Italia terra cristiana, mai musulmana»? Ha vinto Alleanza Nazionale che scenderà comunque in piazza il 29 settembre contro la moschea ( lo stesso giorno in cui è prevista anche la street parade organizzata dal Livello 57 e altri centri sociali)? Di fronte all'evidenza che non si torna indietro dall'idea di dare la possibilità alla comunità islamica di avere un nuovo luogo di culto, il sindaco Sergio Cofferati afferma sicuro che non c'è nessuna retromarcia. E invocando la partecipazione dice che non è un arretramento ma solo la necessità di consultare i cittadini. Partirà un'istruttoria nel quartiere dove verrà costruita la moschea, che rimane sempre quello, ed entro la fine di ottobre ( quindi in tempi abbastanza rapidi) la giunta conta di poter licenziare il nuovo provvedimento. Quello che cambierà saranno sicuramente le dimensioni su cui si erano centrati alcuni rilievi della Curia ma su cui anche la Margherita aveva segnalato i suoi dubbi. Il progetto dovrà essere reso noto in anticipo «in linea di massima anche per quanto riguarda le attività previste», dicono dal Comune. L'assessore all'urbanistica, il diessino Virginio Merola, ha escluso che la decisione sia un cedimento alle pressioni della Curia. «Non abbiamo colto una sollecitazione della Curia, non ho paura di revocare decisioni quando questo è necessario, perché non lavoro per la mia vanità». Non la pensa così Rifondazione Comunista con il capogruppo in consiglio comunale Roberto Sconciaforni che invece lancia un sospetto e dice «sarebbe grave se la giunta cedesse all'offensiva fondamentalista della destra e dei vertici della Curia». I diretti interessati, ovvero il centro di cultura islamica che è legato all'Ucoii continuano sul terreno della calma e della cautela che li ha contraddistinti fino ad ora. «Non vedo perché dovremmo puntare i piedi adesso», dice il vicepresidente Daniele Parracino. «Questo servirà a calmare gli animi e ad arrivare all'obiettivo in modo trasparente perché non abbiamo nulla da nascondere». Dall'inizio il centro islamico sul progetto della nuova moschea ( che va a sostituire quella che già c'è) ha condiviso l'iter della nascita parallela di una fondazione che avesse il ruolo di organismo di controllo. La proposta di An era stata raccolta e deliberato un protocollo d'intesa che avrebbe portato anche al controllo sulle attività che venivano messe in campo per finanziare il luogo di culto oltre che alla condivisione della carta dei valori del ministro dell'interno Giuliano Amato. Inutile dire che la destra ieri ha cantato vittoria. Dalla Lega Nord che urlava minacciosa che nessuna moschea si dovrà costruire, a quelli della Lega Antidiffamazione Cristiana che annunciavano un pellegrinaggio al santuario della Madonna di San Luca, ad Alleanza Nazionale, partito del deputato Enzo Raisi che ha addirittura fatto un paragone con le Br avvertendo il Comune della sottovalutazione del rischio terroristico. Insomma un mosaico di posizioni, commenti, rigurgiti del più conservatore sentimento religioso fomentato da una destra che ha utilizzato un linguaggio razzista e agitato il sentimento della paura come una clava. Questa stessa destra ora non frena e si opporrà sicuramente anche al prossimo progetto, «non è stato fermato lo scempio», dice la vicepresidente dei parlamentari di Forza Italia, Isabella Bertolini.

19 settembre 2007

Genova G8: Il processo Diaz e le "ferite pregresse"

Sarebbero certamente morti se non fossero stati portati in ospedale». Il riferimento è a due ragazzi picchiati violentemente dalle forze dell'ordine nella notte del 21 luglio alla scuola Diaz. Le parole sono di Leonardo Chessa, chirurgo dell'ospedale San Martino e volontario dei medici del Genoa social forum durante i giorni di Genova. E' sua la testimonianza più importante di oggi, alla ripresa delle udienze del processo per l'irruzione alla scuola Diaz e al media center nella scuola Pascoli daparte delle forze dell'ordine. La sua testimonianza è servita ancora una volta per sconfessare il tentativo delle difese dei poliziotti, basato sul presupposto che i feriti della Diaz avessero in realtà ferite pregresse e non causate dall'irruzione delle forze dell'ordine. Il dottor Chessa ha invece affermato con certezza che l'infermeria del GSF si trovava nello stesso edificio del media center, dove curavano solo alcuni casi, inviando fratture e ferite più gravi a ospedali e pronto soccorso. Alla Diaz non c'erano ferite pregresse: «sabato ho visto alcuni feriti contusi, non più di dieci, alla Pascoli».Prima di lui aveva testimoniato Enrica Bartesaghi, fondatrice del Comitato Verità e Giustizia e madre di una delle vittime della scuola Diaz. La prossima udienza, la centoseiesima, è prevista per domani giovedì 20 settembre 2007.
La trascrizione integrale dell'udienza la potete trovare al seguente indirizzo internet:

18 settembre 2007

Rieti: Un neonazista in consiglio comunale

«Non avremmo mai voluto scrivere queste righe eppure siamo costretti ancora una volta a denunciare come in questi anni il governo delle destre ha prodotto un degrado politico tale che il secondo mandato del Sindaco Emili ha permesso anche l'ingresso in Consiglio comunale di un neonazista a quanto pare membro di una organizzazione al vaglio della indagine della Magistratura. In questi anni l'Amministrazione comunale ha coperto politicamente e finanziato gruppi esplicitamente inneggianti al fascismo ed al nazismo (ma allo stesso tempo interni a Partiti del centro destra) che hanno anche beneficiato di contributi regionali all'epoca della giunta Storace per aprire, al centro della città, covi e sedi palesemente orientate verso il neofascismo». È quanto dichiarano, in una nota i Verdi, Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, Comunisti Italiani e Sinistra Democratica del consiglio comunale di Rieti. «È stato una conseguenza, dunque, che qualcuno prima o poi riuscisse anche a sedere negli scranni del Consiglio comunale - proseguono - Siamo sconcertati e fortemente preoccupati per la notizia trapelata dagli organi di stampa per la quale un Consigliere comunale (evidentemente della maggioranza che sostiene Emili) sarebbe inquisito per il reato di incitamento all'odio e alla violenza razziale in quanto membro di una cellula di un movimento neonazista ramificato su tutto il territorio nazionale. La destra nostrana mostra il suo vero volto o quantomeno dimostra di non aver fatto fino in fondo i conti con il suo passato. Le indagini avranno il loro corso e noi, anche in una situazione così grave e delicata, rimaniamo ancorati ad un sano garantismo ma lo cosa grave che denunciamo è che in questi anni la politica del centro destra nella nostra città è stata decisamente complice e vicina a settori di estrema destra e neofascisti (raduni neonazisti a Terminillo, Via Pavolini, revisionismo sul 25 aprile e sulla resistenza nel reatino) che evidentemente hanno trovato terreno fertile e hanno anche avuto l'opportunità, dagli stessi Partiti che governano il nostro Comune, di essere eletti e dunque diventare amministratori della comunità. A questo punto esigiamo un chiarimento da parte del Sindaco e una presa di posizione da parte di tutte quelle forze che dicono di richiamarsi ai valori dell'antifascismo e della democrazia affinché il Consiglio comunale tutto respinga dal suo seno chiunque si richiami o inneggi al razzismo e al fascismo».

fonte: Omniroma

Catania, antifascismo in piazza

Il coordinamento 16 settembre ha dato vita ad una serata di musica contro l’escalation di violenza squadrista dell’ultimo anno. E l’Unione chiede le dimissioni di Scapagnini




Domenica sera piazza Dante ha ospitato una serata di concerti come risposta alle aggressioni fasciste degli ultimi periodi. Il Coordinamento 16 settembre nasce dopo l’aggressione di gruppi neofascisti nei confronti dei manifestanti del Pride 2006. Da allora Open Mind; Iqbal Masih, Attac, Circolo Precari Prc e Giovani Comunisti, Officina Rebele hanno deciso di fare fronte comune alle continue ingerenze fasciste nella vita politica e sociale, costituendo un comitato permanente non solo sull’antifascismo ma anche su altre questioni che riguardano la vita sociale e politica della città, facendo perno sull’aggregazionismo e il coinvolgimento. «Fare antifascismo a Catania - dichiara Pierpaolo Montalto del Prc di Catania - vuol dire affrontare i nodi della nostra società perché è nello stato di disoccupazione, degrado, precarietà che Forza Nuova e la cultura fascista trovano l’humus per crescere». Un antifascismo che non nasce solo da un processo di aggregazione culturale ma nella difesa del lavoro, della libertà di espressione e di autodeterminazione del proprio corpo. Da circa un anno la città etnea è stata pervasa dalle politiche neofasciste, basta guardare alle aggressioni subite dai giovani comunisti, da innumerevoli immigrati e gli atti di violenza nei centri sociali; gesti che portano Catania indietro negli anni, ad una storia cittadina circoscritta dalle politiche fasciste e dai fenomeni mafiosi. A distanza di venti anniil capoluogo etneo sembra assorto nel vuoto dei diritti e nelle violenze quotidiane: basta osservare la crescita ed il moltiplicarsi degli iscritti a Forza Nuova che trova la propria legittimità anche nelle politiche dell’amministrazione comunale e provinciale, non per niente il camerata Fatuzzo ha avuto il suo benvenuto a Palazzo degli Elefanti e la Provincia Regionale ha patrocinato un convegno che ha per oggetto la dottrina “nera”. «La violenza e l’arroganza di una politica sempre più lontana a Catania viene ancor più determinata dalle scelte di governance della giunta Scapagnini dichiara Francesco Manna responsabile nazionale enti locali Prc - dall’offesa che i cittadini devono quotidianamente subire per lo scandalo dei parcheggi, per la vicenda che ha visto protagonista il porto di Catania ed il suo Waterfront, ma ancora Catania Risorse ed il tentativo di svendere i propri beni architettonici. L’esempio è quello di una città che è quasi un non luogo». Il non luogo passa anche attraverso la gestione provinciale
che per circa sei mesi ha portato i lavoratori Conad, Coem, Cesame ed Elmec a mantenere lo stato di agitazione perché i protocolli firmati anni prima venivano disattesi. Quelli dell’attuale amministrazione vengono avvertiti dai cittadini come progetti invasivi ed aggressivi in un sistema, come quello catanese, dove l’assenza di una più dura politica dei partiti di centro sinistra ha determinato il crollo di un processo di riforma sociale. E’ notizia di oggi che i partiti dell’Unione hanno avviato una petizione per chiedere le dimissioni del sindaco, una proposta che il Prc aveva sottolineato in diverse occasioni già da tempo. Negli ultimi anni la città ha subito un rapido processo di fascistizzazione che ha coinvolto anche i luoghi simbolo della sinistra, basti pensare a piazza Dante .«A questi atti di violenza- dice Valerio Marletta, dei Giovani comunisti - abbiamo riposto con un metodo nuovo. Superando la vecchia dinamica antifascista del face to face, questa ricchezza deriva dai valori che ogni organizzazione fornisce all’interno dello stesso Coordinamento.

Varese, nazisti in Padania sognavano la secessione

47 perquisizioni tra gli aderenti a un partitino hitleriano che da tre anni si presenta nei piccoli comuni lombardi.

La guerra è guerra, in un conflitto è normale che la gente muoia. I morti ebrei sono presunti, i campi di sterminio sono diventati tali solo dopo il 1948. Hanno stancato con questa mania di protagonismo...». Pierluigi Pagliughi ne parlava pubblicamente e si presentava alle elezioni con la sigla Nsab-Mlns (Nationalsozialistische arbeiter bewegung – Movimento nazionalista socialista dei lavoratori). Nazisti in Padania. Lo stralcio di riportato nel leed fa parte di un’intervista rilasciata al sito varesenews, da un albergatore di Castano Primo, nel milanese, portavoce del movimento e consigliere comunale a Nosate, a mezza strada tra Milano e Varese. E’ la digos di quest’utima città ad aver coordinato, all’alba di ieri, il blitz in 47 abitazioni di personaggi legati alla sigla nata ufficialmente nel 2002 dopo tre anni di gestazione e che, con i suoi 200 iscritti dichiarati, ha corso in una ventina di consultazioni elettorali senza trovare quasi mai ostacoli - nonostante un’interrogazione parlamentare - nelle commissioni elettorali.
Eccezione quella di Gallarate che ha stoppato, per questioni di timbri, la lista nazista alle comunali di Inarzo. La strategia del Mlns era quella di infiltrarsi - con lo slogan della creazione di una provincia etnica dell’Insubria (gli insubri erano una popolazione italica di ceppo celtico insediata tra Varese, Novara, Lecco) - nei municipi più piccoli, sette tra i 100 e i 700 abitanti, dove una manciata di voti è sufficiente per avere un seggio. In tutto hanno incassato 287 voti, 23 dei quali a Belgirate, in provincia di Verbania, che hanno fruttato loro 4 consiglieri. Flop, invece, nell’unico comune del varesotto, Duno dove non hanno preso un voto. Ma nel varesotto, scelto da Priebke per le vacanze estive, si diffonde l’uso di salutare il 25 aprile - è accaduto a Venegono nel 2006 - con svastiche sui muri. Il blitz ha coinvolto 47 persone, una ventina solo in provincia di Varese, ritenuti parte di un circuito europeo. Tutti indagati, in base all’articolo 3 della legge del 1975 che vieta attività discriminatorie e razziste e la costituzione di organizzazioni votate a questi fini. I promotori rischiano una pena che può arrivare fino a 6 anni di carcere. Gli agenti hanno cercato e trovato materiale propagandistico (definito 1interessante» dal procuratore varesino Maurizio Grigo) in case private e in un centro di aggregazione di destra, noto per i concerti di nazi rock, a Busto Arsizio, Comunità Giovanile, finanziato da molti anni dal comune. Impegnati anche reparti di Milano, Roma, Rieti, Novara, Vercelli e Piacenza - 150 agenti in tutto tra digos e repartoprevenzione crimine. Lombardia e il Lazio sono gli epicentri di una attività febbrile di gruppuscoli nazifascisti fatta di aggressioni a frequentatori di centri sociali, gay, migranti, raid contro simboli della resistenza, scritte oltraggiose antisemite. Il catalogo è stato ripetuamente fornito dalle reti antifasciste (l’ultima volta in occasione dell’anniversario dell’omicidio di Renato Biagetti) mentre, diverse amministrazioni comunali - Roma e Milano in particolare - non hanno trovato nulla da ridire nella continua apertura di sedi, spesso camuffate da pub, spesso in strutture concesse dai comuni, riferibili ad un’area composita di sigle che vanno da settori di destra sociale ancora legata ad An fino a personaggi come quelli del partitello nazista insubre. «Anche a sinistra esiste una sottovalutazione che si traduce in un’insana tolleranza», avverte il consigliere regionale lombardo del Prc Luciano Muhlbauer - se l’inchiesta di Varese dovesse rimanere un fatto isolato, difficilmente riuscirà a incidere su un preoccupante fenomeno in rapida crescita». E’ in questa escalation, secondo Muhlbauer che deve essere iscritto l’assedio di esponenti di Forza nuova, protetti dalle forze dell’ordine, a una famiglia rom ospite nel Pavese, a Pieve Porto Morone. Inni al fuhrer che hanno fatto il giro d’Italia sui Tg. «I neofascisti - alleati di Berlusconi nella Cd - non faticano a trovare comprensione o complicità in settori della destra istituzionale». E’ ancora il quotidiano on line, varesenews, a raccontare il festeggiamento del compleanno di Hitler, lo scorso 23 aprile a Baguggiate, sul Lago di Varese in una struttura dove solo una settimana prima si beveva birra e si mangiava salsiccia alla festa della Lega in un locale gestito dal capogruppo di An a Busto Arsizio, perquisito anche lui e che ha ammesso di conoscere i nazisti insubri, ma di trovarli, tutto sommato, normali. Le telecamere della polizia avrebbero filmato dando il via all’inchiesta che spazierebbe anche nel mondo dei cosiddetti centri sociali neri, in realtè veri e propri fortini invalicabili e supersorvegliati, come i romani Casa Pound e Casa Italia. «Ci eravamo molto incuriositi a leggere il programma del Partito nazionalsocialista dei lavoratori - ha detto ieri il capo della procura di Varese Grigo convinto di trovarsi di fronte a un circuito più sofisticato di quello dei naziskin con la parecipazione di figure storiche di quell’ambiente. Per ora non sarebbero spuntati nomi notissimi e sembra essere di fronte a un gruppo originale formato da personaggi senza retroterra di rilievo. Gente, tra l’altro, che avrebbe anche raccolto fondi per detenuti - per loro figure mitiche - legati allo stragismo e all’eversione nera come Concutelli.

«Gli innocenti stiano tranquilli? Lo diceva anche il Mein Kampf»

Parla un attivista della tutela della privacy: «Sbagliato accettare i controlli con noncuranza. In Gran Bretagna i dati archiviati sono stati rubati e rivenduti ad aziende private»

«Limitare i controlli forzosi dovrebbe essere un diritto esercitato da ciascuno di noi». Marco Calamari è un informatico che ha fatto della lotta per la tutela della privacy una ragione di battaglia quotidiana. E' tra i fondatori del progetto Winston Smith, una rete informatica che, prendendo in prestito il nome del protagonista del romanzo di Orwell «1984», mette a disposizione gratuitamente tecnologie «anti-spionaggio». Ed è tra gli autori del progetto di legge presentato dal radicale Maurizio Turco sull'obbligo di cancellazione dei dati informatici. Sembra che il progetto di legge di banca dati del dna, in arrivo al consiglio dei ministri, si basi sul modello inglese, così come chiedeva Francesco Rutelli. Come funzionano le cose in Gran Bretagna?Il database inglese è quello nato per primo, le sue informazioni vengono messe a disposizione di qualunque organizzazione, in sostanza i dati raccolti per il terrorismo si usano per combattere l'evasione fiscale. Recentemente qualcuno aveva proposto di estenderne l'uso alla generalità della popolazione, ma al momento l'idea è bloccata, un po' perché il progetto è costoso, un po' per le polemiche legate alla vulnerabilità di questo archivio, che ha già subito una serie di furti e violazioni. Già oggi quel database riguarda un numero consistente di cittadini, anche perché chi ci finisce non può esserne cancellato. C'è modo di tutelare la propria privacy da questa costante acquisizione di dati? Tutelarsi da archivi previsti per legge è molto difficile. Ma lo è soprattutto perché i cittadini accettano di sottoporsi a questi controlli con noncuranza. Il «chi non ha niente da nascondere non ha nulla da temere» non sta in piedi. E' la base della società totalitaria, e infatti ne parlava anche il Mein Kampf. Negli ultimi anni noi estremisti della privacy ci siamo accorti che il problema non è la tecnologia, perché l'evoluzione delle macchine apre nuovi spazi anche a chi cerca di prendersi delle garanzie. Piuttosto sono le macchine legali ad essere preoccupanti, perché non sono né perfette né garantiste, ma erratiche anche quando non pilotate. La nostra associazione ha cercato di impegnarsi nel dare servizi a tutti, nel fornire la possibilità di usare sistemi come Anonymous remailer e Pgp. Ci sembrava una cosa meritoria per i cittadini e invece siamo stati guardati con sospetto. Le Br hanno archiviato i loro computer in Pgp...Ma hanno usato anche una Renault 4 per metterci il cadavere di Moro eppure nessuno ha vietato l'uso delle Renault 4.Quella italiana è una società molto controllata o poco? Dal punto di vista tecnico e pratico i rischi del controllo sono più o meno gli stessi qui come negli Stati uniti. Dal punto di vista legale saremmo più tutelati, sia dalla legge sulla privacy sia dalla Costituzione. Abbiamo una base legalmente garantista che viene però stiracchiata di volta in volta.E se queste norme servissero davvero a far diminuire i reati? Fino ad ora non mi risulta che questo genere di controlli abbia fatto la differenza. Anzi, vorrei vedere un controesempio, qualcuno che mi dicesse «abbiamo fatto questo solo grazie al dna». E capire comunque le conseguenze.

Salerno come Firenze. Il sindaco Ds multa la «movida»

Vincenzo De Luca è lo stesso sindaco che negli anni del dopo Tangentopoli riqualificò il centro storico aprendolo ai giovani. Ora firma una delibera contro ambulanti, parcheggiatori abusivi, accattoni e i «cafoni» che «bivaccano» per strada lasciando in giro rifiuti.


Sembravano tranquille città di provincia e invece erano ghetti da bonificare. Anche Salerno si scopre sporca e insicura, assediata da ambulanti, parcheggiatori abusivi dai modi violenti e «cafoni» riuniti in gruppi che lasciano dietro montagne di rifiuti. Insomma, anche sul lungomare salernitano è scattata la «tolleranza zero». Venerdì, infatti, è entrata in vigore l'ordinanza che punisce con 500 euro di multa chi sporca la città o bivacca per strada, su muretti e panchine, lasciando rifiuti in giro, fuori dai cassonetti. Linea dura, ribadisce il sindaco Ds Vincenzo De Luca, anche contro l'accattonaggio, categoria interpretata in senso ampio, includendo anche la prostituzione, l'occupazione impropria di suolo pubblico e gli odiati parcheggiatori abusivi. «L'intento - spiega il sindaco De Luca - è quello di prevenire e punire i comportamenti scorretti ed irregolari che inficiano il decoro urbano e la vivibilità della città di Salerno». Insomma, comitive che sostano la sera su panchine, aiuole, scale pubbliche, muretti, tra birre, chiacchiere e panini lasciano dietro una scia di rifiuti, indicati dall'ordinanza come terreno di coltura per topi e altri parassiti. «Protagonisti di questi atti incivili sono - sempre secondo il comune - cittadini italiani ed extracomunitari ubriachi, in preda alla droga, o violenti che creano problemi di decoro e igiene urbana oltre che di sicurezza ed ordine pubblico». Insomma, fino a un paio d'anni fa quella che invade il lungomare salernitano e ha contribuito a riqualificare il degradato centro storico - dove sono sorte decine di locali - la chiamavano movida e la esibivano orgogliosamente sulle riviste italiane e straniere, insieme al progetto per la ristrutturazione urbanistica firmata dall'architetto spagnolo Oriol Bohigas, un esempio di città a misura d'uomo dove la notte i giovani sanno divertirsi, adesso li chiamano «cafoni», una piaga da bonificare per riportare ordine e decoro nel caos e degrado urbano. E' evidente che qualcosa è cambiato nel clima generale. Una campagna che spesso fa leva su episodi di microdelinquenza, amplificati dai media locali. Da settimane, ad esempio, incalza la polemica sui parcheggiatori abusivi, accusati in alcuni casi di minacciare gli automobilisti e gli ausiliari del traffico dell'azienda Salerno Mobilità, che gestisce per conto del comune il servizio di sosta. Negli ultimi sette giorni, circa sette abusivi sono stati multati per 675 euro, ma le accuse possono arrivare fino al reato di estorsione. Gli episodi più gravi nella zona del centro e intorno allo stadio Arechi, domenica scorsa, durante l'incontro casalingo della salernitana. «Questi ormai gestiscono un racket» si lamentano alcuni, mentre secondo altri aiutano a organizzare la circolazione delle autovetture, soprattutto nella zona della movida. Piazza Sant'Agostino, ad esempio, cuore della vita notturna, è l'area di sosta più ambita, letteralmente presa d'assalto dai salernitani in libera uscita nel week end. Il primo posto dove applicare la nuova ordinanza. Eppure i due abusivi che da anni gestiscono la piazza, dal martedì alla domenica, regolarmente divisi in turni, sembrano svolgere un buon lavoro, con le auto ordinatamente in fila in attesa che si liberi un posto alle spalle del Palazzo della Provincia. I due, garanti che venga rispettato la precedenza in fila, vegliano sulla notte e non impongono un «pizzo» fisso, solo «un'offerta a piacere» come si dice da queste parti. Piazza Cavour, invece, è controllata da posteggiatori occasionali, che arrivano nel fine settimana per gestire la zona tra il Palazzo della Provincia, dal lato mare, fino a palazzo Sant'Agostino. Anche per loro «tolleranza zero».


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