14 dicembre 2007

Il fratello di Aldo Bianzino scrive a Napolitano

Sappiamo tutto dell’omicidio a luci rosse di cui è stata vittima la povera Meredith Kercher. “Tanto – commenta caustico un perugino – è tutta gente che viene da fuori”. Ma sulla morte di Aldo Bianzino, un falegname di Pietralunga di 44 anni deceduto nel carcere di Pietralunga in circostanze e per motivi tuttora da accertare, a distanza di due mesi esatti, non si sa ancora nulla. Con la speranza di essere smentiti viene da chiedersi, come alcuni si chiedono nel perugino, come mai l’attività del Ris non abbia interessato la cella dove, tra la notte del 13 ottobre e la mattina del 14 Bianzino tirò il suo ultimo respiro. Come mai su quella cella non furono apposti sigilli e perché l’indagine per omicidio, aperta dallo stesso magistrato che di Bianzino aveva ordinato l’arresto, abbia sinora portato all’iscrizione nel registro delle indagini di una sola guardia penitenziaria, indagata per omissione di soccorso, che svolge ancora il suo lavoro nel carcere di Capanne. Anche il direttore del carcere è al suo posto e tutto sembra filar liscio come l’olio in questo caso fastidioso pieno zeppo di domande senza risposta ma sinora ritenuto poco interessante dalla stampa italiana e, fatta eccezione per il sottosegretario alla giustizia Manconi, che a pochi giorni dal decesso di Aldo andò a trovare in forma privata la compagna Roberta Radici, anche per una macchina giudiziaria straordinariamente lenta, almeno se paragonata all’efficienza dalla stessa dimostrata nel caso di Meredith. Parecchie di queste domande se le è fatte anche Claudio Bianzino, fratello di Aldo, che ha deciso di prendere carta e penna e di mandare una lettera a Giorgio Napolitano. Che qualcuno si appelli al presidente come si faceva con i sovrani, in un paese dove sulla carte le garanzie ci son tutte, sembra un po’ la dimostrazione che c’è qualcosa di ottocentesco in un sistema che si spende molto quando un fatto di cronaca diventa un “caso” strillato, e sembra investire assai meno quando si tratta di una morte talmente “ordinaria” da far insorgere più di un sospetto che, paradossalmente, meriterebbe per questo più attenzione e maggior efficenza. “Signor presidente – scrive Claudio Bianzino- leggo sui giornali, con immensa gioia, che è stata finalmente presentata all’Onu la moratoria sulla pena di morte” ma “….in un Paese civile come il nostro, un Paese che diffonde democrazia, pace e giustizia in tutto il mondo” la giustizia in casa di strada sembra farne poca: “Ho la speranza, signor presidente, che un giorno qualche nazione, ancora più civile della nostra, vada all’Onu a chiedere che venga fatta piena luce sulle centinaia di morti che avvengono all’interno delle carceri italiane. Questo per sperare di poter vivere in un mondo un po’ più giusto, un po’ più libero, un po’ più vivibile. Così come avrebbe voluto anche quell’uomo. Quell’uomo che si chiamava Aldo. E che era mio fratello”. Non sappiamo se il presidente ha già risposto.

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