28 ottobre 2007

Anarchici di Spoleto, sotto l'inchiesta niente

Il blitz dei Ros Guidati dal generale Ganzer, avrebbero sgominato una cellula pronta alla «guerra ecologista». Ma contro gli arrestati qualche scritta sui muri e poco altro. E loro si dicono innocenti

«Sono anarchico, ma innocente». Ha risposto così Michele Fabiani al primo interrogatorio che lo vede come imputato nelle indagini della Procura di Perugia su una presunta cellula anarco-insurrezionalista. Inchiesta che coinvolge anche altre quattro persone - tutte sui vent'anni come Fabiani, considerato il leader del gruppo, tranne un quarantaduenne - e che è stata presentata la scorsa settimana in pompa magna in una conferenza stampa a cui era presente anche il capo dei Ros, Bruno Ganzer, dopo un'operazione spettacolare per la cittadina umbra. Gli inquirenti, d'altronde, avrebbero messo le mani sulle persone che in agosto inviarono una busta con dei proiettili al governatore della regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti. Ma, sbollita l'eccitazione iniziale, pare che a carico dei cinque ragazzi ci sia veramente poco. A partire dai fatti contestati. Tranne l'accusa di aver inviato quella busta le altre imputazioni riguardano: alcune scritte sui muri, il tentato incendio di una centralina elettrica nel cantiere per la costruzione di un palazzo a ridosso delle mura antiche di Spoleto, ribattezzato «ecomostro» e oggetto persino di un recente servizio del programma Le Iene, più altri due attacchi contro delle ruspe di altrettanti cantieri. Intanto, però, rimangono tutti e cinque in carcere con l'accusa di «associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico» e fino a ieri non hanno potuto conferire con i loro legali. All' interrogatorio di garanzia che si è svolto nel carcere di Perugia si sono dichiarati tutti innocenti. Michele Fabiani - definito da chi lo conosce «militante infaticabile» e figlio di un noto consigliere comunale della città di recente uscito da Rifondazione e membro del locale «coordinamento per l'unità dei comunisti» - è certamente un personaggio eclettico. Tra le sue molteplici attività politiche anche il dossier curato per l'«Associazione vittime armi elettroniche mentali», fondata da Paolo Dorigo - l'uomo vittima di un'incredibile vicenda giudiziaria (12 anni per una bottiglia incendiaria) e convinto che qualcuno gli abbia impiantato un microchip nel cervello. Fabiani, difeso anche dal legale di Dorigo Vittorio Trupiano, ha ammesso di essere stato autore di alcune scritte sui muri di Spoleto. Ma per il resto ha spiegato di non aver preso parte a nessun tipo di associazione, e di non appartenere alla Federazione anarchica informale - a cui vengono attribuiti diversi attentati incendiari in tutta Italia - cosa che invece è contestata al gruppo: si firmerebbero Coop-Fai e si riunirebbero nei boschi, dove avrebbero cominciato a immaginare un «salto di qualità». Ma nelle intercettazioni solo una volta si parla di Fai, riferendosi però a una cena della Federazione anarchica italiana. E per quanto riguarda i boschi, si farebbe riferimento esclusivamente alla «boscaglia» che a volte viene nominata in alcuni volantini e in alcuni forum internet come «sede naturale della guerriglia». Eppure sembra che soltanto su «analogie semantico contenutistiche» tra i volantini e le minacce inviate a Lorenzetti si baserebbe l'accusa più grave. «A nostro avviso si tratta niente più che di un sillogismo - dice uno dei difensori di Michele Fabiani, Carmelo Parente - a questo punto chiunque deve stare attento a come parla di Prodi o Berlusconi, perché potrebbe essere accusato di compiere eventuali azioni violente nei loro confronti».

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