15 settembre 2007

Chiedono sicurezza e tolleranza zero, ma nessuno pensa a tutelare gli ultimi

I fenomeni di disturbo si contengono con le politiche sociali non con le manette. Chiamano crimine ciò che crimine non è.

Dicono: gli sgomberi dei campi rom servono a ripristinare ordine e legalità; ma lo sgombero senza alcuna alternativa getta sulla strada e nella disperazione centinaia di persone e questo, semmai, produce minore sicurezza.Dicono: alla solidarietà bisogna accompagnare il contrasto rigoroso dell'illegalità. Ma ben sanno che di solidarietà se ne vede sempre meno, perché, anche a sinistra, è stata messa in mora la cultura della accoglienza e dei diritti, mentre si insiste e si investe solo sulla repressione. Anche di fronte a percorsi di integrazione riusciti, come al campo milanese di San Dionigi, con bambini regolarmente a scuola e adulti al lavoro (sia pure, e non per colpa loro, in nero), la scelta è stata di sgomberare. Alla faccia di quel "Patto di legalità" che a quegli stessi rom era stato fatto sottoscrivere in cambio di percorsi di integrazione. Finiti anche questi sotto le ruspe.Dicono: applichiamo i principi di Tony Blair, duri con il crimine e duri con le cause del crimine. Ma chiamano crimine anche ciò che crimine non è, come l'accattonaggio, mentre rimuovono e dimenticano le cause.Dicono: ai cittadini bisogna dare ascolto, chiedono sgomberi e pugno di ferro. Ma i cittadini non sono solo quelli abbienti o che gridano più forte. Sono anche i poveri e i rom e tutti coloro (e non sono affatto pochi) che non reputano giuste le politiche di deportazione.Dicono: i campi non consentono condizioni igieniche e dignitose. Fingendo di non sapere che anche la maggioranza dei rom vorrebbe case stabili e non baracche, la possibilità di lavarsi e lavorare.Dicono: la percezione dei cittadini è quella dell'insicurezza. Anche se scarsamente fondata sui fatti, esige ascolto e risposte. Se è per quello, ci dicono gli istituti di ricerca, la percezione (assai più fondata) dei lavoratori è quella di essere sempre più poveri. Dicono: la paura cresce. È senz'altro vero, ma occorrerebbe chiedersi il perché. I principali motivi stanno nel venir meno di politiche sociali e welfare, nella precarizzazione del lavoro, nell'incertezza del futuro per sé e i propri figli.Dicono: lavavetri e accattoni, prostitute e immigrati, anche se non direttamente espressioni criminali, rendono invivibili le città. In alcune zone può pure essere. Ma le città sono rese ancor più invivibili dall'inquinamento, dal traffico, dai rifiuti, dal degrado urbano, dalla mancanza di spazi di socializzazione, del verde e così via.Dicono: il buonismo non aiuta, non si possono creare condizioni di favore per i rom. L'assessore milanese alle politiche sociali è arrivato ad affermare «i rom devono capire che è finito il tempo delle vacche grasse» (sic!). Dimenticando che sinora i rom hanno visto semmai solo topi grossi. E soprattutto dimenticando don Milani: «nulla è più ingiusto che fare parti eguali tra diseguali».Noi ne diciamo una sola: non ci sono i cittadini, da una parte, e, dall'altra, gli emarginati, i rom. I quali sono cittadini, per di più europei, esattamente come gli altri. Anche i rom hanno paura, specie quando sono vittime di aggressioni continue, come a Pavia o, prima, a Opera alle porte di Milano. Eppure la legge non sembra tutelarli per nulla.Se l'insofferenza dilaga e la paura cresce è anche perché pochi si assumono l'onere di ricordare verità scomode. Come ad esempio che, curiosamente, gli sgomberi seguono spesso la geografia e la tempistica degli interessi delle speculazioni immobiliari. Succede a Milano, a Sesto San Giovanni o a Pavia.La situazione di Milano è, non da oggi, tra le più difficili. Non perché la sicurezza sia minore, ma perché maggiore è la strumentalizzazione politica, la debolezza dell'opposizione, il silenzio degli intellettuali, la prudenza delle associazioni.Certo, c'è anche il problema della sicurezza, ma questa si promuove con l'inclusione e la coesione sociale, non fomentando pogrom e disperazione. Il disagio e i fenomeni di disturbo si contengono con le politiche sociali non con le manette. La legalità va considerata una condizione normale per tutti e per ciascuno, non una clava da agitare contro i più poveri.


Sergio Cusani
Sergio Segio

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